IL MONDO OFFESO - Riflessioni sul tema della Globalizzazione.
“Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso: tutti soffrono, ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso (…)
Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.
Sono parole bellissime. Sono parole di un grande scrittore del nostro tempo, forse un po’ dimenticato, Elio Vittorini. Mi sono venute in mente leggendo un libro sul debito dei paesi del Sud del mondo, sui soldi che tanti poveri devono a così pochi ricchi. Lì dentro ci sono soprattutto delle storie… Delle domande e dei tentativi di risposta, ma soprattutto delle storie. Uno legge, gira la pagina e dice: perché non lo sapevo? Il mondo è così offeso, ehi! Perché non me l’avete detto?
Io non so se gli autori di questo libro siano come eremiti antichi, come diceva Vittorini. Ma è un fatto che ogni volta che leggete di quanto è offeso il mondo, e vi stupite, e avete quel moto quasi…di stizzita sorpresa, viene naturale pensare: ecco una cosa che mi è stata rubata, che mi è stata nascosta. Ehi! Ma in compenso hai avuto tonnellate di tette, i pettegolezzi sui calciatori miliardari e migliaia di pagine e di spot pubblicitari!
Certo, è molto egoistico lamentarsi per un furto di notizie, mentre qui dentro si racconta di gente che è quotidianamente derubata di tutto.
Vi racconto per tutti la storia del piccolo Charlie, 12 anni, che per campare parte dalla sua baraccopoli, cammina due ore, va al mercato di Lusaka, capitale dello Zambia, compra due sacchi da un chilo di farina. Cammina ancora due ore con la farina e torna indietro, mette la farina in sacchetti più piccoli e li vende a quelli che non hanno soldi per comprarne un chilo intero. Con il ricavato mangia e compra altri due chili di farina e così nei secoli dei secoli…
Voi direte: che sfigato il piccolo Charlie! Ma non è finita, il piccolo Charlie ha un debito di 860 dollari con qualche suo coetaneo americano, europeo , giapponese, non so, con qualche dodicenne ricco… Può darsi infatti che il piccolo Charlie con i suoi due chili di farina debba pagare
Un malgascio consuma ogni giorno
Ehi, piccolo Charlie come pagherai i tuoi 860 dollari? Charlie non ha la scuola, non ha assistenza sanitaria, ammesso che la sua economia di sussistenza fatta di scarpinate e farina resti stabile, mangerà finché potrà camminare. Un’infezione? Non c’è la medicina… Due giorni a letto con l’influenza, non c’è da mangiare. E tutto questo per appena 860 dollari! Dev’essere un’offerta speciale!
Il meccanismo in poche parole sarebbe questo.
Devi svilupparti. Cerchi qualcuno che ti presti dei soldi… Solo un ricco può farlo. Gli interessi sono alti, non ce la fai a pagarli. Il ricco si presenta e ti dice: ehi, amico, tu mi devi dei soldi, aiutarti è mio interesse, facci tagliare un po’ delle tue foreste…
Ehi, amico povero, il tuo modello di sviluppo non è corretto. Cosa serve oggi? Chimica! Acciaio!… Sai, noi ricchi siamo un po’ delicati, queste cose ci fanno venire il cancro, falle tu, è un affarone… Eccoti altri soldi che si aggiungono al debito e creano più debito…
Ma poi quel signore ritorna: ehi, amico… Le tue industrie chimiche hanno bisogno di energia. Dighe, fai dighe… Il povero indebitato sposta migliaia di persone, allaga valli, sommerge città, porta migliaia dei suoi figli nelle baraccopoli a vendere farina insieme a Charlie e decide di fare le dighe…
Ma lui non sa farle. E’ povero, non ha gli ingegneri, non ha sei miliardi di dollari cash con il project financing e la joint venture… Non c’è problema amico, la diga te la facciamo noi, abbiamo soltanto dovuto aumentare un po’ il debito…
E allora il povero indebitato porta l’energia alle fabbriche, e fa l’acciaio e i ricchi finalmente compreranno qui… Ma tornano quei signori, e dicono: sorry, abbiamo rifatto i conti, l’acciaio ci conviene farlo in Cina….
Intanto il debito è aumentato… Ma amico, non c’è problema, aiutarti è nostro interesse, come dice qualcuno, ti aiutiamo a casa tua… Il tuo modello di sviluppo non va, amico povero. Licenzia diecimila persone. Fai pagare la sanità… Fai entrare nel tuo sistema sanitario la nostra Healt Corporation… Aggiustiamo solo un po’ il debito…
E allora intorno al piccolo Charlie e ai suoi sacchetti di farina incominciano a fischiare le pallottole, e Charlie se ne starà buono, e il debito sarà sempre quello, e anzi molto aumentato da quando è iniziata la storia, e voi pensate che sia finita qui, ma vi sbagliate, perché tu, amico povero, ci devi ancora un sacco di soldi, ma noi siamo qui per aiutarti…
Senti, avremmo delle scorie tossiche, nucleari… Tu hai un paese così grande…
I debiti sono tuoi, amico., le baraccopoli sono tue, i malati di aids sono tutta roba tua. Ma le foreste sono pubbliche, amico. I mari sono di tutti, il più forte se li prende, il sistema satellitare per pescare un miliardo di merluzzi io ce l’ho! Come? Lo vuoi comprare anche tu? Ma come fai, amico…. Con tutti i debiti che hai!
C’è un rischio in questo libro. L’errore consiste nel pensare che si tratti di un argomento esotico: un’altra di quelle esotiche storie di globalizzazione… Ci sediamo e stiamo ad ascoltare, e scuotiamo il capo e proviamo reale compassione per tutti i piccoli Charlie di questo mondo e pensiamo: poverini!
E intanto che siamo lì seduti a pensare poverini, intorno a noi, a noi ricchi, ci tolgono da sotto i piedi piccole cose che erano nostre. Piccoli angoli di cose pubbliche, di cose di tutti, diventano private. Un pezzettino di sanità. Un pezzettino di scuola. Un pezzettino di pensione. E i ricchi, che saremo noi, ma sapete com’è ognuno è ricco a qualcuno altro, i ricchi dicono… gli italiani spendono troppo in pensioni, bisogna dare un stretta alla spesa sanitaria…. Insomma, fatte le debite proporzioni siamo tutti dei piccoli Charlie….
“… vedete, negli ultimi tempi, alla cosa pubblica si sono aggruppati tanti industriali di ogni sorta, e hanno talmente snaturato tutto ciò che hanno toccato, volgendolo a proprio vantaggio, che la cosa pubblica è stata definitivamente e completamente insudiciata! E ora basta…” (Fedor Dostoevskij, 1866)
Ricominciamo da capo, da dove eravamo partiti… Il mondo è offeso, ricordate? Ma va bene le offese, va bene le facce… ma qui c’è un meccanismo. Un meccanismo tecnico… che è quello del debito. E tu gli guardi intorno e intorno a quello c’è un altro meccanismo, c’è quello del commercio mondiale, e intorno c’è ancora un altro meccanismo, che è quello del mercato globale…
“E i nomadi defluiscono lungo le strade, e la loro indigenza e la loro fame sono visibili nei loro occhi. Non hanno sistema, non ragionano. Dove c’è lavoro per uno accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.
E questo per qualcuno è un bene, perché fa calare le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù. E ora i latifondisti e le società inventano un metodo nuovo. Metton su le fabbriche di frutta in conserva, e quando le pesche e le pere e le susine sono mature fanno calare il prezzo della frutta fresca al di sotto del costo di produzione. Così comprano la frutta fresca a prezzo irrisorio, ma tengono alto quello della frutta in conserva e realizzano enormi profitti. E i contadini, i contadini che non possiedono fabbriche di frutta in conserva, perdono i loro frutteti che vengono assorbiti dai latifondisti e dalle banche e dalle società che possiedono le fabbriche di frutta in conserva. I contadini allora si trasferiscono in città, e in poco tempo vi esauriscono i loro crediti, e perdono gli amici e si alienano i parenti e finalmente si riducono anch’essi sulla strada. E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida a tal punto da essere disposta ad assassinare pur di trovarne…
Le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di confine tra la fame e il furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta”. (John Steinbeck, 1939)
Perché vi ho detto tutte queste cose? Per due motivi: perché queste cose sono già state scritte e perché:
Noi scriviamo la storia del mondo offeso. E scriviamo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute, e da compiere.


Andrea “Chile” Necciai