venerdì, giugno 12, 2009

La vocazione golpista della “Mezzaluna”.

Bolivia: chi si nasconde dietro ai complotti per rovesciare Evo Morales.

 

La vittoria del SI al referendum costituzionale di inizio anno ha confermato il sostegno della maggioranza dei boliviani al progetto riformista dell’indio Evo Morales e del suo governo.

La nuova Costituzione ha sancito - per la prima volta - come diritti fondamentali l’acqua, i servizi di base, la salute, l’istruzione e le risorse fondamentali dello Stato. Una novità non da poco, dal momento che tutti questi diritti sono stati fino ad oggi considerati in Bolivia – e, in generale, in tutto il continente latinoamericano – come semplici merci da sottoporre alle regole della domanda e dell’offerta.

Dopo le dure lotte sostenute dagli indios negli ultimi decenni contro l’ignoranza e il razzismo di una società “bianca” arricchitasi grazie ad immense rendite economico-finanziarie, ora finalmente “vengono riconosciute diverse forme di economia, come quella pubblica e comunitaria e non solo quella di mercato. Si garantiscono i diritti collettivi e storici dei popoli originari (quechua ed aymaras), sterminati per 500 anni e trattati come figli minori da governi che esercitavano la legge sui luoghi dove da millenni i popoli indigeni avevano edificato cultura e armonia”. *

Ma il presidente boliviano, che prima del referendum aveva già incassato un altro importante successo elettorale nell’agosto 2008, ottenendo il 63% dei consensi alla riconferma del suo mandato, si trova ancora alle prese con le velleità secessioniste delle ricche circoscrizioni orientali (la cosiddetta “Mezzaluna”), i cui prefetti, spalleggiati dall’oligarchia imprenditoriale, non solo si oppongono al nuovo dettato costituzionale ma continuano a reclamare l’autonomia. Non a caso nella Mezzaluna, macroregione comprendente i dipartimenti di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando (situati a nord e a est del Paese), si concentrano le maggiori ricchezze economiche (imprese e siti produttivi) e grandi riserve energetiche e naturali (acqua, gas e idrocarburi), da decenni oggetto di sfruttamento selvaggio da parte dei governi corrotti e delle compagnie multinazionali.

Dal gennaio del 2006, anno in cui Morales ha assunto l’incarico presidenziale, l’azione delle forze dell’opposizione non si è affatto limitata alle critiche o all’ostruzionismo politico, nella logica del confronto civile, ma è stata spesso condotta con mezzi illegali e violenti. Grazie al lavoro della magistratura boliviana, che sta indagando sul conto di alcune organizzazioni paramilitari, è stata recentemente scoperta una cospirazione per destabilizzare l’attuale governo in carica, con la complicità di alcuni influenti “attori” internazionali.

Tutto ha inizio il 16 aprile quando in un lussuoso hotel di Santa Cruz (nell’omonimo distretto) tre sospetti malviventi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia locale. Qualche ora più tardi, nei magazzini della fiera campionaria che si tiene della stessa città, la Fexpocruz, la polizia scopriva un nascondiglio di armi ed esplosivi, impiegati con ogni probabilità per compiere attentati.

A capo della cellula terrorista c’era Eduardo Rozsa Flores, uno degli uomini morti nella retata dell’hotel. Membro del partito ungherese neonazista “Jobbik”, Rozsa prestò servizio nelle milizie croate durante la guerra nella ex Iugoslavia, prima di essere assunto sotto falsa identità dall’impresa COTAS (Cooperativa Telefonica di Santa Cruz), di proprietà di vari dirigenti del Comitato Civico Pro Santa Cruz (uno dei più accaniti gruppi separatisti) e dell’organizzazione razzista Nación Camba.

Alcuni giorni dopo la sua morte, la stampa rendeva pubblica un’intervista nella quale Rozsa dichiarava che “il Consiglio Dipartimentale di Santa Cruz ha deciso la creazione di un corpo di sicurezza regionale [milizia armata, ndr]” e in un’altra aggiungeva “dichiareremo l’indipendenza e creeremo un nuovo Paese!”. Secondo altre fonti, questo mercenario di origine magiara avrebbe mantenuto strette relazioni con alti funzionari della sede boliviana dell’ente newyorkese “Human Right Foundation” (HRF) e con alcuni delegati dell’organizzazione di estrema destra “UnoAmérica”.

Di recentissima creazione la UnoAmérica, formata da militari ultranazionalisti e da paramilitari provenienti da El Salvador, Colombia, Argentina e Venezuela, riceve sostanziosi finanziamenti dall’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (USAID) e dal National Endowment of Democracy (NED), lo stesso ente nordamericano che sostiene dal 2005 anche il Comitato Civico Pro Santa Cruz. Secondo la studiosa Eva Golinger, dal 2002 USAID avrebbe destinato ben 97 milioni di dollari ai gruppi della destra autonomista boliviana, per il finanziamento di programmi atti a favorire la “decentralizzazione” (o meglio, la “balcanizzazione”) del paese andino. Il presidente di UnoAmérica è Alejandro Peña Esclusa, un politico venezuelano antichavista che alle ultime elezioni politiche tenutesi nel suo paese ha ottenuto 2.424 voti, pari allo 0,04%.

Sul conto della HRF, conosciuta per i suoi legami con la CIA, si può osservare come dal 2005 (anno della fondazione) questo ente “benefico” abbia cominciato ad interessarsi seriamente della realtà sociale (e politica) latinoamericana tanto da creare nuove filiali in Bolivia (2007), Ecuador (2008) e prossimamente, secondo quanto ammesso dagli stessi dirigenti, anche in Nicaragua.

Solo pochi mesi fa, l’interferenza degli Usa negli affari interni della Bolivia e la loro complicità nel fomentare la secessione dei dipartimenti “ribelli” aveva indotto il governo di La Paz ad espellere dal paese l’ambasciatore statunitense Philip Goldberg, un vero e proprio esperto di “balcanizzazione” avendo lavorato dal 1994 al 1996 in Kosovo. Evidentemente, buttare giù il governo di Evo Morales non è solo l’obbiettivo dell’oligarchia della “Mezzaluna”.

 

Andrea Necciai

 

 

Note:

* “Ecuador e Bolivia: la natura nella Costituzione” di Giuseppe De Marzo, in “Latinoamerica” n°105 (04/2008).

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venerdì, maggio 08, 2009

Obama e il “giardino di casa”.

Nuovi scenari per Stati uniti e America latina?

 

“Da soli non andiamo da nessuna parte”. Con questa frase ad effetto Barack Obama concludeva il Summit delle Americhe, tenutosi il mese scorso a Trinidad e Tobago nei Caraibi.

Il presidente statunitense si è presentato al cospetto dei leader dell’America latina (con l’eccezione dei rappresentanti di Cuba, esclusa dal convegno) con l’intenzione di riabilitare l’immagine del suo Paese nel continente, sforzandosi di accreditare gli Usa come un partner “affidabile e collaborativo” nella soluzione della crisi economica e dei numerosi altri problemi che affliggono la regione.

Svoltasi in un clima molto cordiale, lontano anni luce dalle tensioni causate dall’atteggiamento altezzoso e ostile di Gorge W. Bush, questa cumbre ha concluso la sua quarta edizione con la promessa da parte di tutti i delegati di una maggiore collaborazione tra i loro Paesi di appartenenza, includendo persino i presidenti meno “allineati”: Chavez (Venezuela), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador), nemici giurati dell’amministrazione Bush, hanno infatti mostrato incoraggianti segnali di apertura nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

La seconda importante novità è stata la disponibilità da parte degli Stati Uniti a migliorare i rapporti con Cuba, anche se al momento i “gringos” non paiono minimamente intenzionati ad allentare la morsa dell’embargo. E poi, dulcis in fundo, la storica stretta di mano Obama e Chavez ha suggellato, almeno secondo i commenti entusiastici di gran parte dei media, l’inizio di una nuova era di cambiamenti nelle relazioni tra Stati uniti e America latina.

Ma se di veri cambiamenti si tratta, questi sembrano concretizzarsi più nella forma, con atteggiamenti cordiali e amichevoli strette di mano, che nella sostanza dei fatti. A dispetto delle promesse sbandierate appare inverosimile che gli Stati Uniti, che per più di un secolo hanno esercitato un’egemonia imperialista sul resto del continente, appoggiando colpi di stato e dittature militari un po’ ovunque e diffondendo miseria e povertà con l’applicazione di disastrose politiche neoliberiste, possano di punto in bianco cambiare volto e trasformarsi in un partner “affidabile e collaborativo”.

Il consolidamento del progetto di Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), ideato da Hugo Chavez e fortemente appoggiato dalla Bolivia di Evo Morales, e le recenti vittorie elettorali delle sinistre in Nicaragua, Ecuador, Paraguay e El Salvador non hanno fatto altro che aumentare le preoccupazioni delle elites statunitensi. Esse temono ciò che il linguista Noam Chomsky definisce “la minaccia del buon esempio”, ovvero che si diffonda in tutta l’America latina il “socialismo del terzo millennio”, virus contagioso che il Venezuela chavista sta sperimentando con successo e propone agli altri Paesi membri dell’ALBA. Inoltre, la strategia di politica estera venezuelana, che punta su scala regionale all’integrazione e alla cooperazione e, su scala internazionale, a rafforzare i legami economici e commerciali con Cina, Russia ed Europa, continua di fatto a rappresentare un seria minaccia per gli interessi delle corporation statunitensi nel Cono Sur.

Sarà anche per questo motivo che nel corso degli ultimi anni la presenza militare Usa nelle regioni andine ha subito una sorta di escalation. In Colombia, con il pretesto della lotta al narcotraffico e della guerra alle FARC, il Pentagono offre al governo uribista, suo migliore alleato della zona, consulenze militari, armamenti sofisticati e finanziamenti a pioggia attraverso il “Plan Colombia” e il “Plan Patriota”. E, poco lontano, il bacino idrico del Guaranì - un’area di enorme importanza strategica per gli Stati uniti per il controllo delle risorse energetiche e dello spazio aereo dei paesi limitrofi come l’Ecuador, il Venezuela e la Bolivia (guarda caso gli Stati più ostili a Washington) - rientra già nei piani di una possibile estensione del “Plan Colombia”.

A breve, la base militare di Manta (Ecuador) verrà chiusa per volontà del riottoso governo ecuadoriano che, per voce del suo presidente, Rafael Correa, ha avuto l’ardire di dichiarare costituzionalmente il suo, “territorio di pace”, e pertanto non ammetterà più la presenza di eserciti stranieri; tutto ciò obbligherà l’Alto Comando Usa a cercare una nuova ubicazione per le sue truppe e per le infrastrutture logistiche.

Il Pentagono è già corso ai ripari pianificando la costruzione di due nuovi impianti militari in Perù, uno nella zona di Ayacucho e l’altro a Chiclayo. In un ipotetico scenario di guerra di controinsorgenza, la posizione della futura base di Ayacucho consentirebbe ai caccia-bombardieri Usa di colpire comodamente La Paz, capitale della Bolivia, che si troverebbe entro il raggio d’azione dei velivoli d’attacco (anche di quelli a più bassa autonomia); la base di Chiclayo invece sarebbe più orientata verso la zona amazzonica e permetterebbe il controllo dello spazio aereo ecuadoriano anche da quel versante, oltre che dal lato colombiano.

La scelta del Perù come obiettivo delle future installazioni militari statunitensi risulta estremamente oculata. Da un lato favorisce l’accesso alle abbondanti risorse naturali (idriche ed energetiche) della regione andino-amazzonica, e dell’altro - come già accennato - permette il pieno controllo militare su tre Paesi rivali (Bolivia, Venezuela ed Ecuador), proprio quelli che più intralciano gli interessi Usa nella zona.

Un illustre predecessore di Obama, Abraham Lincoln, disse che “è possibile ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non è possibile ingannare tutti per tutto il tempo”. Al di là dell’approccio amichevole di Obama e del suo appeal mediatico, gli Stati uniti saranno - presto o tardi - costretti a gettare la maschera e a rivelare le loro reali intenzioni nei confronti del loro preziosissimo “cortile di casa”.

 

Andrea Necciai

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mercoledì, aprile 01, 2009
La sconfitta della paura

Il FMLN vince le elezioni presidenziali in Salvador.

 

Dopo due decenni di guerra civile e di governi dispotici, in Salvador il bastione di una delle oligarchie più reazionarie dell’intero continente latinoamericano si è finalmente sgretolato. Alle elezioni presidenziali tenutesi il mese scorso il candidato del Fronte Farabundo Martì (FMLN), Mauricio Funes, si è imposto con il 51% dei suffragi sul candidato della destra nazionalista dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA), espressione di un regime ventennale solo formalmente “democratico” ma nella sostanza repressivo e sanguinario.

 

La storica affermazione elettorale del FMLN, il partito nato dalla guerriglia che negli anni 80 e 90 seppe tener testa al più potente e meglio armato esercito salvadoregno, testimonia che il Salvador è finalmente riuscito a “vincere la paura”. La paura delle possibili rappresaglie di Washington in caso di una svolta “a sinistra” di questo piccolo Paese dove 2 milioni di lavoratori emigrati negli Stati uniti contribuiscono attraverso le loro “remesas” in denaro a tenere a galla la sua fragile economia; ma soprattutto la paura di non farcela, anche questa volta, a vincere il confronto elettorale con ARENA, dopo le precedenti “sonore” sconfitte segnate da brogli clamorosi e da campagne di terrore montate dall’oligarchia salvadoregna, sempre con il supporto finanziario e propagandistico degli Stati uniti.

 

La vittoria della sinistra salvadoregna giunge nel momento in cui in tutta la “Patria grande” soffiano venti di cambiamento. Trascinate dall’esempio del Venezuela di Hugo Chavez e dal suo progetto di  “Alternativa Bolivariana per le Americhe” (ALBA), che parla finalmente di autonomia e di integrazione per tutti i Paesi dell’America latina, le forze progressiste guadagnano terreno ora anche in Centroamerica, da sempre considerato il “cortile di casa” degli Stati uniti, vale a dire terra di sfruttamento, di golpes e di “repubbliche delle banane” amministrate dai soliti dittatori-fantoccio.

 

L’affermazione del FMLN è anche il frutto di un ventennio di lotte che ebbero il loro apice tra il 1980 e il 1992, l’epoca del conflitto armato che provocò almeno 75.000 vittime tra combattenti e civili, e che vide parte della popolazione imbracciare le armi come estremo gesto di ribellione alla miseria e alle ingiustizie sociali.

 

Dopo la firma degli Accordi di Pace del 1992, il FMLN è diventato per tutti i Paesi dell’area un solido punto di riferimento per la lotta contro le politiche neoliberiste, miranti a facilitare la privatizzazione di imprese e servizi sotto l’egida dei governi filoamericani e sotto la protezione degli apparati di sicurezza locali. In questa difficile tappa i dirigenti e i militanti farabundisti, nonostante molti dissidi interni ed alcuni errori strategici, hanno saputo sviluppare un’indubbia maturità politica e, dopo aver subito non poche batoste elettorali, sono infine riusciti a rafforzare il loro legame con le fasce più deboli della popolazione, sostenendone istanze e diritti.

 

Così, dopo i successi alle ultime elezioni amministrative dello scorso gennaio, il FMLN centra finalmente l’obiettivo delle Presidenziali e si propone come nuova forza di governo per il prossimo quinquennio. Il presidente eletto Mauricio Funes, che inizierà il suo mandato a giugno, si impegnerà a mettere in pratica un ambizioso programma frutto di mesi di consultazioni con le basi popolari e con gli altri settori della società salvadoregna. Il progetto di Funes è incentrato sulla “responsabilità dello Stato nell’assicurare il diritto del popolo all’istruzione, alla salute, alla cultura, al cibo e alla parità dei sessi; anche l’economia sarà orientata al conseguimento di questi obbiettivi. Nel suo programma si legge chiaramente la volontà di rivendicare i diritti delle popolazioni indigene, la priorità della creazione di nuovi posti di lavoro grazie al sostegno alle piccole e medie imprese, la ferma opposizione a nuove privatizzazioni nel settore dei servizi pubblici e la lotta alla corruzione.”*

 

Realizzare tutti questi propositi richiederà uno sforzo straordinario in termini di mobilitazione di tutte le parti sociali, ma anche – e soprattutto – di negoziazione con le altre forze politiche e imprenditoriali. Un’altra debolezza è rappresentata dal fatto che il FMLN non possiede la maggioranza in parlamento (cosa che potrebbe, in taluni casi, mettere a rischio la governabilità del Paese). Per di più la destra, sebbene sia uscita sconfitta dalle elezioni, è ancora in grado di “influenzare” il sistema giudiziario e mantiene saldamente il controllo delle Forze armate, della Polizia e di gran parte degli apparati burocratici statali. A tutto ciò si deve aggiungere che l’economia del Salvador dipende quasi totalmente da quella statunitense - a causa dei Trattati di Libero Commercio imposti sotto le ultime legislature di ARENA - e dalle “rimesse” dei lavoratori emigrati negli States.

 

Il compito è davvero improbo, in una realtà dove la miseria, la disuguaglianza e la violenza, vale a dire le tre maggiori piaghe del “Pollicino d’America”, rappresentano i veri nemici da combattere. Il popolo salvadoregno ha scelto per il cambiamento, ora tocca al nuovo governo fare la sua parte.

 

Andrea Necciai

Note

* Da “El Salvador: la esperanza venció al miedo” – La Jornada, Angel Guerra.

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sabato, marzo 07, 2009

Hugo Chávez: così amato, tanto odiato.

La controversa figura del Presidente venezuelano.

 

Il mese scorso, il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chávez, ha ottenuto l’ennesima vittoria politica incassando il “Sì” nel referendum sulla modifica di alcuni articoli della Costituzione. L’esito di questo referendum “approvatorio” ha sancito definitivamente il diritto di ogni cittadino del Venezuela di potersi candidare più volte, senza limiti di mandato.

Per i media internazionali e per l’opposizione venezuelana - che dipingono Chavez come un rozzo dittatore, un “caudillo” demagogico e populista, ricorrendo spesso alle ingiurie e agli insulti come singolare forma di critica - si tratta semplicemente dell’ennesimo abuso per permettere al mandatario venezuelano di perpetuarsi al potere.

Critiche e polemiche a parte, Chávez gode oggi di grande popolarità ed è amatissimo nel suo Paese (senza dubbio dalla grande maggioranza dei venezuelani, che approvano il suo operato e che lo votano). Per tentare di far luce su questa apparente contraddizione, e per meglio conoscere le differenze tra il Venezuela di oggi (bolivariano e chavista) e quello di ieri (pre-chavista), raccomandiamo la lettura del seguente articolo di Attilio Folliero.

 

Andrea Necciai

 

Venezuela: vittoria popolare di Hugo Chávez.

Il voto in Venezuela nell'analisi del politologo italiano residente a Caracas, Attilio Folliero. (Fonte: www.lapatriagrande.net)

 

La Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela del 1999 prevedeva per qualsiasi carica di natura elettiva un limite di due mandati consecutivi. Il Parlamento venezuelano ha modificato gli articoli che contemplavano le elezioni del Presidente della Repubblica, dei Deputati, dei Governatori, dei Sindaci, dei Consiglieri regionali e locali, ossia di tutte le cariche elettive. La modifica introdotta dal Parlamento riguarda l'eliminazione del limite di due mandati consecutivi, ossia d'ora in avanti qualsiasi cittadino venezuelano può candidarsi ad una carica elettiva tutte le volte che lo desidera. Trattandosi di modifica costituzionale, la stessa costituzione contempla oltre l'approvazione a maggioranza da parte del Parlamento in due sedute differenti, anche un referendum approvatorio. Oggi il popolo venezuelano ha approvato definitivamente queste modifiche.

 

Il referendum assumeva particolare importanza per la carica della Presidenza della Repubblica, occupata attualmente da Hugo Chávez Frias. Hugo Chávez è al suo secondo mandato consecutivo e pertanto, in base alle norme precedenti non avrebbe più potuto candidarsi. Questa modifica introdotta dal Parlamento ed approvata dal referendum popolare di oggi, apre a Chávez la possibilità di potersi candidare anche la prossima volta.

 

L'opposizione e la stampa internazionale hanno tentato di manipolare l'opinione pubblica nazionale ed internazionale parlando di referendum che consentiva l'elezione indefinita di Chavez. A titolo di esempio di informazione falsa, tendenziosa e manipolata, citiamo alcuni articoli circolati negli organi italiani: l'Agenzia ASCA "Venezuela: domani referendum su rielezione illimitata Chavez"; Il Sole 24 Ore "Venezuela, referendum su Chavez presidente a vita"; Il Giornale "Il Venezuela vota su Chavez dittatore a vita"; anche siti di sinistra, come Megachip, riportano articoli del tono "Venezuela: voto costituzione, Chavez punta a perpetuarsi". Niente di più falso: il referendum non era affatto per consentire la rielezione indefinita di Chávez, ma per introdurre le modifiche alla Costituzione, di cui sopra.

 

Questo il quesito del referendum: "Lei approva l'emendamento degli articoli 160, 162, 174, 192 e 230 della Costituzione della Repubblica, adottati dall'Assemblea Nazionale, che accresce i diritti politici del popolo, con il fine di permettere a qualsiasi cittadino o cittadina in esercizio di una carica di elezione popolare, di potersi postulare come candidato o candidata per la stessa carica, per il tempo stabilito costituzionalmente, dipendendo la sua possibile elezione, esclusivamente dal voto popolare?". Il quesito in spagnolo e tutta l’informazione ufficiale inerente il referendum può consultarsi direttamente nel sito del Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela. Per una comparazione dei 5 articoli emendati con quelli vigenti, si invita a consultare VTV. Bisogna anche aggiungere, che il popolo ama così tanto questo presidente che non vi è alcun dubbio che continuerà a votarlo ed eleggerlo tutte le volte che si presenterà candidato.

 

Perchè il popolo venezuelano, o comunque la maggioranza, ama tanto questo presidente?

 

Prima dell'avvento di Chávez questo paese era profondamente diverso: una minoranza dominava e controllava le ingenti ricchezze, a partire dalla più importante, il petrolio. La stragrande maggioranza del popolo, l'80% circa, viveva nella più completa miseria e nella totale esclusione. La stragrande maggioranza del popolo non esisteva, non contava assolutamente niente; era esclusa da tutto, perfino era esclusa dal diritto di sognare un futuro migliore. Non aveva diritto alla salute; non aveva diritto ad un medico e gli ospedali pubblici erano lasciati nel più completo abbandono e servivano solamente a far guadagnare ingenti quantità di denaro per supposti investimenti, che mai venivano effettuati, alle imprese degli "amici" dei corrotti governanti. Non aveva diritto all'istruzione ed alla educazione. Il Venezuela era il paese dove i governanti, dittatori o presidenti eletti in elezioni manipolate, dittatori di fatto dunque, chiudevano gran parte delle scuole pubbliche, per favorire quelle private, in particolare quelle gestite dalla gerarchia ecclesiastica cattolica, a cui era demandato il compito di formare i figli delle classi dominati.

 

Il Venezuela fu il paese dove nacque la figura dei desaparecidos, il paese dove i governi "democraticamente eletti", durante la Quarta Repubblica, eliminavano fisicamente gli avversari politici facendoli sparire e per impedire qualsiasi riconoscimento, nel caso in cui il corpo venisse ritrovato, venivano tagliate le mani; tra i membri dell'apparato repressivo (militari e polizia) esisteva una sorta di gara a chi portava più mani tagliate ai poveretti di turno che finivano nelle mani di torturatori ed assassini come Posada Carriles, capo della polizia segreta venezuelana e terrorista riconosciuto e condannato per l'attentato ad un aereo cubano che trasportava decine di atleti, che dopo aver partecipato a gare sportive in Venezuela tornavano a Cuba; Posada Carriles è anche il responsabile di numerosi attentati a Cuba, in uno dei quali morì anche un giovane italiano, Fabio di Celmo. Il Venezuela fu il paese, che primo al mondo, sperimentò le misure del Fondo Monetario Internazionale, che buttarono nella più totale disperazione e miseria un intero popolo.

 

Oggi il popolo ha una serie di benefici, avuti a partire dalla presenza di Chávez al governo, ma vent'anni fa, esattamente vent'anni fa, il 27 febbraio 1989, si ebbe il caracazo. A causa del “pacchettazzo” neoliberale del Fondo Monetario Internazionale il popolo per poter mangiare fu costretto a assalire i negozi; in alternativa poteva scegliere di morire di fame, letteralmente parlando. La reazione delle forze dell'ordine, diretta dal Ministro della Difesa, l'italo-venezuelano Italo del Valle Allegri, fu durissima: sparava all'impazzata contro il popolo che assaliva i negozi per mangiare! Nei quartieri più popolari e poveri, El Valle per esempio, la repressione fu condotta casa pér casa, ammazzando quanti incontrava. In meno di 48 ore ci furono migliaia di morti e non è azzardato parlare anche di diecimila morti e forse più; il numero dei morti effettivi non venne mai accertato; i cadaveri furono ammassati in fosse comuni, che oggi stano venendo alla luce.

 

Quel popolo non aveva nessun diritto, neppure il diritto di sognare il futuro. Poi un 4 di febbraio del 1992 un gruppo di militari tentò di dare l'assalto al palazzo presidenziale. Quei militari si erano ribellati perchè non riuscivano più a sopportare l'idea di reprimere nel sangue il popolo. Quel gruppo era capeggiato da uno sconosciuto tenente colonnello, tale Hugo Chávez., il quale mentre veniva arrestato, intervistato dalla televisione, proferì questa frase: "Il tentativo è fallito. Per adesso!" Quel Por Ahora entrò nell'immaginario collettivo dell'intero popolo; quel Por Ahora significò "Speranza" per un popolo che non aveva diritto a niente, neppure a sognare un futuro.

 

Per la prima volta qualcuno, un militare sconosciuto, parlava ed agiva in favore del popolo degli esclusi. Il popolo incominciò subito ad amare lui ed i suoi uomini che si erano ribellati al sistema. Un gran numero di militari ribelli si erano rifugiati in un edificio nel quartiere di Catia, nei pressi del palazzo presidenziale e Cecilia Laya, testimone oculare di quegli eventi, ci racconta che dopo essersi resi conto che il tentativo di ribellione era fallito, questi militari si arresero e vennero fatti uscire dall'edificio, uno alla volta, con le mani in testa. Il popolo, accorso numeroso - racconta sempre Cecilia Laya - applaudiva ognuno di questi militari che usciva dal portone dell'edifico e venivano montato su un pulmino. Per la prima volta dei militari non erano visti come l'apparato della repressione, ma amici del popolo.

 

Il dopo è storia recente. Il presidente assassino, Carlos Andres Perez contro cui era diretta la ribellione di Hugo Chavez e dei suoi uomini, venne deposto; un presidente di transizione guidò il paese fino alle nuove elezioni. Un candidato alla presidenza, tale Rafael Caldera, già ottuagenario ed importante esponente dell'oligarchia, candidato praticamente in ogni elezione presidenziale nei quarant'anni della Quarta Repubblica, riuscendone eletto una sola volta, nel 1968, nella sua campagna elettorale promise l'indulto ai militari ribelli, tra cui Chávez. Il popolo votò in massa (si fa per dire, visto che l'astensione era alta, con cifre che si avvicinavano attorno al 40%) per questo candidato che prometteva di liberare Hugo Chávez. Una volta eletto, mantenne la promessa: Hugo Chavez ed i militari ribelli ottennero l'indulto ed uscirono dal carcere dopo aver scontato solamente due anni.

 

Chávez, in questi due anni di carcere si era reso conto dell'affetto che nutriva per lui il popolo. Decise, allora di tentare di cambiare il paese per la via democratica presentandosi alle elezioni politiche. Fonda un movimento politico, il Movimento Quinta Repubblica e nel 1998 si presenta alle elezioni presidenziali, risultando eletto. Nella campagna elettorale promette di cambiare il paese, a partire dalla Costituzione; ma soprattutto promette di governare per il popolo. Lo stesso giorno dell'insediamento indice un referendum per chiedere il cambio della costituzione. La stragrande maggioranza approva il referendum; si elegge la costituente e si riscrive la costituzione. Nasce la Repubblica Bolivariana del Venezuela, approvata con il 72% dei voti, il 15 dicembre 1999. Chávez, a questo punto, essendo stato eletto con le norme contenute nella vecchia costituzione decide di rimettere il mandato ed indice nuove elezioni presidenziali in base alle nuove norme. Viene eletto con un numero maggiore di voti. Inizia a questo punto la sua vera e propria opera di Governo.

 

All'epoca, solamente 9 anni fa, l'economia venezuelana dipendeva esclusivamente dagli ingressi petroliferi il cui prezzo però era a 7 dollari il barile e la OPEC, l'Organizzazione degli Stati produttori di petrolio era praticamente in fase di smantellamento. La sua intelligente azione è diretta sul piano interno a sottrarre il controllo dell'impresa petrolifera alle oligarchie nazionali e internazionali che si appropriavano di tutti gli introiti; sul piano internazionale è volta a ridare importanza e voce alla OPEC. Congiuntamente ai governanti di Iran ed Iraq tenta di portare la OPEC fuori dal controllo degli USA, attraverso l'accettazione di nuove monete, oltre il dollaro, per la commercializzazione del petrolio.

 

La reazione dell'opposizione a queste politiche sfocia in un colpo di stato, l'11 aprile del 2002, di cui è accertata la partecipazione del governo USA (vedasi “Il Codice Chavez” di Eva Golinger). Il golpe sembrava ben orchestrato e pienamente riuscito; l'opposizione venezuelana ed il governo USA non avevano tenuto conto di un elemento: l'amore del popolo per il suo presidente! La reazione del popolo fu immediata e spontanea, al punto che nemmeno 48 ore dopo il golpe, Chávez fece ritorno a Miraflores (il palazzo presidenziale).

 

Da allora le sue politiche a favore del popolo si incrementano, anche grazie alla totale disponibilità degli introiti petroliferi, il cui controllo era stato definitivamente sottratto all'oligarchia. E' costretto a svolgere la sua azione politica attraverso organi paralleli agli organi ufficiali dello stato, in quanto ancora controllati dall'oligarchia. Nascono le Missioni, una sorta di Ministeri paralleli per attendere le più urgenti necessità del popolo in materia di sanità, educazione, abitazione, ecc...

 

Il Venezuela, sempre più distante da Washington, punta tutto sull'integrazione latinoamericana. Il suo prestigio internazionale si accresce e la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez si estende ad altri paesi del continente: Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Honduras, Dominica, ma ha influenza anche in Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.

 

Lo sviluppo economico del Venezuela in questi 6 anni (2003-2008) è continuo e sostenuto, con tassi di crescita spesso a doppia cifra; l'inflazione che oggi appare ancora alta al 30% circa, in realtà è letteralmente crollata, dato che prima di Chavez viaggiava a tassi del 100% annuo ed oltre; la disoccupazione ormai non esiste avendo ormai raggiunti i tassi fisiologici; la povertà estrema è quasi sparita; così come è diminuita enormemente la mortalità infantile; il salario minimo è il più alto dell'America Latina e puntualmente viene aumenta ogni primo maggio, con tassi superiori al tasso di inflazione; i bambini di strada che abbondavano in Venezuela prima di Chavez sono ormai spariti da tempo ed esistono solo nella mente "malata" dell'opposizione. Il diritto alla sanità ed il medico di famiglia è ormai una realtà consolidata; non ci sono più fasce della popolazione escluse dal diritto alla salute ed alla educazione. Tutti possono accedere gratuitamente ai più alti gradi dell'istruzione; le università stanno nascendo come funghi, arrivando in tutte le province, anche nelle più remote, spopolate ed emarginate (vedasi l'articolo "L'Università arriva a Cocorote"). Il diritto alla casa è assicurato grazie ad una politica dei mutui che consente di poter acquistare un appartamento finanziato fino al 100%, anzi lo Stato concede perfino una parte a fondo perduto; un'altra parte è finanziata con mutui agevolati (ad un terzo del tasso ufficiale).

 

Grazie alla nazionalizzazione dell'impresa telefonica nazionale (CANTV) ed al lancio del primo satellite venezuelano, il Simon Bolivar, si è dato un forte impulso alla diffusione di Internet, non solo in Venezuela, ma anche in tutta l'america latina. Anche in questo caso a beneficiarsi è soprattutto il popolo, quello che una volta era totalmente escluso.

 

E l'acqua potabile e l'elettricità? L'acqua potabile e l'elettricità sono due dei più importanti bisogni dell'uomo; prima dell'avvento di Chávez, grandi fasce della popolazione erano private di questi due beni. Oggi il 98% ha l'acqua potabile. Lo scrivente di questo articolo può testimoniare, senza timore di essere smentito, che quando arriva a Caracas (anno 2002), spesso mancava l'acqua e l'elettricità, tanto che fu costretto ad installare nell'appartamento, la riserva dell'acqua. Oggi è solo un ricordo del passato, sicuramente a Caracas. Anche la diffusione del gas diretto, prima riservata esclusivamente alle classi ricche e medie di Caracas e delle grandi città, oggi si sta diffondendo su tutto il territorio.

 

Prima dell'avvento di Chavez la stragrande maggioranza del popolo era sottoalimentata e non conosceva il consumo di carne ed altri prodotti di prima necessità riservati esclusivamente alle classi ricche; il popolo venezuelano era abituato a mangiare perrarina, il cibo per cani (perros). Oggi il consumo di carne e di tutti gli altri beni di prima necessità è assicurato a tutti.

 

Chi visita il Venezuela può rendersi facilmente conto che i ristoranti, a qualsiasi ora del giorno, sono sempre affollati; il venezuelano anche delle classi popolari, può permettersi di andare al ristorante; non è più un lusso riservato ai ricchi.

 

Le grandi opere pubbliche hanno meravigliato il mondo intero: mentre in Italia si discute del ponte di Messina da decenni, in Venezuela il secondo ponte sul fiume Orinoco è stato costruito in due anni ed è un ponte di oltre 4.000 metri, equivalente per grandezza al ponte di Messina; adesso si sta costruendo il terzo ponte.

 

In questi 6 anni (2003-2008) le linee metropolitane hanno raggiunto i 160 chilometri, praticamente gli stessi chilometri dell'Italia e si stanno costruendo nuove linee a Caracas ed in tutte le grandi città del Venezuela.

 

Quando Chávez arriva al governo in Venezuela non esisteva nessuna linea ferroviaria: oggi sono attive varie linee ed il progetto ferroviario nazionale punta a costruire 10.000 chilometri di linea ferrea. Per non parlare della compagnia aerea nazionale (Conviasa), privatizzata e smantellata dai governi neoliberali, ha ripreso a volare con Chávez; l'aeroporto di Maiquetia, dopo i lavori in corso, potrà ospitare 9 milioni di viaggiatori all'anno.

 

Una delle opere più meritorie del Governo di Hugo Chavez è senza ombra di dubbio il modernissimo Ospedale Cardiologico Infantile, destinato ad operare i neonati con problemi al cuore. Inaugurato nel 2006 è diventato subito punto di riferimento per tutta l'America Latina ed oggi è punto di riferimento a livello mondiale, per essere uno degli ospedali con il più alto numero di trapianti al mondo. Non solo: all'ospedale è stato annesso un alloggio per ospitare gratuitamente i familiari dei piccoli operati, che arrivano dall'interno del paese e da tutta l'America Latina. Il tutto, operazione ed alloggio dei familiari, gratuitamente e coperto completamente dal denaro pubblico. Oggi si sta realizzando anche il reparto cardiologico per adulti. Il Venezuela è indubbiamente punto di riferimento nelle malattie cardio-vascolari.

 

Il Venezuela in questi anni è cresciuto anche nel mondo dello sport e tutti, anche le classi un tempo escluse, hanno finalmente la possibilità di poter accedere alle più svariate discipline sportive. In questi anni ha organizzato manifestazioni sportive di livello internazionale, perfino nel mondo del calcio, come la Coppa America ed il campionato sudamericano giovanile; entrambe le manifestazioni sono state un successo organizzativo. La nazionale di calcio giovanile è riuscita anche a qualificarsi al mondiale di categoria. Ma il successo del Venezuela riguarda un po’ tutti gli sport.

 

Il successo più grande di Hugo Chavez, di cui l'opposizione sembra non accorgersene, è ovviamente sul piano economico in quanto è riuscito da un lato a creare una economia che non dipende esclusivamente dal petrolio e dall'altro ha sottratto il Venezuela all'influenza nordamericana. La crisi attualmente in atto nel mondo, ovviamente influenza tutti i paesi, anche il Venezuela, ma in maniera decisamente inferiore rispetto ad altri paesi. La crisi ad esempio ha portato ad una forte riduzione del prezzo del petrolio; se l'economia venezuelana fosse dipesa solamente dal petrolio oggi sarebbe in piena crisi. Non solo non dipende interamente dal petrolio, ma la gestione oculata del Governo Chávez ha permesso accumulare, per i prevedibili periodi di vacche magre (in sostanza l'oggi), somme di denaro vicine ai 100.000 milioni dollari, dei quali oltre 40.000 milioni di dollari in riserva internazionale (i due terzi della riserva internazionale statunitense, con la differenza di avere una popolazione che è pari solamente ad un decimo di quella USA) ed il restante in numerosi altri fondi settoriali. Se la crisi - come sembra - dovesse inasprirsi facendo ulteriormente scendere il prezzo del petrolio, il popolo venezuelano non ne risentirà come gli altri popoli del mondo.

 

I benefici dell'azione di governo di Chavez, ovviamente hanno riguardato anche le classi ricche e oligarchiche. Sempre in virtù della crisi, tutte le borse del mondo sono crollate, con le eccezioni delle borse dell'Iran e del Venezuela!. Vedasi l'analisi riguardante la crisi del 2008; l'articolo in questione è un po' datato, essendo stato scritto a novembre. In questi tre mesi le borse del mondo sono continuate a scendere ed è scesa anche la borsa di Teheran. L'unica borsa del mondo che non ha avuto grosse perdite è rimasta quella di Caracas. Mentre tutte le borse del mondo sono crollate fino al 70% ed oltre, chi ha investito nella borsa di Caracas, ovviamente le classi ricche ed oligarchiche del Venezuela, non essendo l'investimento in borsa un fenomeno di massa come lo può essere in Italia, non ci ha rimesso.

 

Chavez è dunque al governo dal 1999, ma se si escludono i primi due anni per le grandi riforme istituzionali ed altri due passati a contrastare i colpi di stato, di fatto si è potuto "dedicare" al popolo solamente dal 2003. In questi pochi anni, il popolo prima escluso da tutto e - come detto più volte - perfino dal diritto di sognare un futuro migliore, oggi deve tutto a Chávez; ha acquisito coscienza e diritti grazie a Chavez e gli sarà sempre riconoscente, perchè nessuno prima di lui aveva speso del tempo ad occuparsi degli ultimi. Si comprende, dunque, perchè il popolo (o la maggioranza del popolo) ama cosi tanto Chávez e continuerà a votarlo tutte le volte che sarà candidato.

 

Il referendum non riguardava, come hanno scritto i media italiani e mondiali, l'elezione indefinita di Chávez, ma solo la possibilità per Chávez e qualsiasi altro cittadino/cittadina di potersi candidare tutte le volte che lo desidera. A decidere della sua elezione sarà il popolo quando sarà chiamato a votare e se Chávez non cambia attitudine, la sua elezione sarà sempre scontata.

Ovviamente ci sono ancora tanti problemi da risolvere in Venezuela; non basta un periodo di dieci anni di buona, se non ottima gestione, per risolvere tutti i problemi che questo paese si trascinava da secoli. Insomma non sono solo rose e fiori. Uno dei motivi per cui Chávez si candiderà allo scadere di questo mandato è proprio la necessità di continuare a governare per poter continuare ad attaccare questi secolari problemi.

 

Attilio Folliero - LPG, Caracas, 15/02/2008.

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giovedì, febbraio 19, 2009
Febbraio 2009

Aquile nere.

Il vero volto dei nuovi “paras” colombiani.

 

Da qualche anno imperversano in Colombia, un paese già martoriato dalla povertà di ampi strati della popolazione e da una guerra civile di lunga durata. Si fanno chiamare “Aquile nere”, le nuove organizzazioni criminali dedite a ogni forma di delinquenza, considerate – a ragione –  le degne eredi delle famigerate AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), i corpi paramilitari di estrema destra di recente smantellati in seguito all’entrata in vigore della legge “Justicia y paz”.

 

Le AN sono comparse per la prima volta nel dipartimento Norte de Santander, nel nordest colombiano, al confine con il Venezuela. Da lì altri gruppi criminali, sempre sotto il nome di “Aquile nere”, hanno cominciato ad espandere le loro attività in vari municipi concentrandosi nelle zone di Santander, Cesar, Caquetà e Antioquia, tanto da indurre il presidente colombiano Uribe – sul cui governo continuano a piovere accuse di combutta con le vecchie AUC per attività di “guerra sporca” e di narcotraffico – a ordinare al suo esercito la creazione di un “Nucleo speciale di ricerca” per snidare i membri di queste pericolose bande armate.

 

Col tempo le AN hanno stretto legami con i potenti cartelli della droga (come già era accaduto per le AUC) e sono coinvolte in attività illecite come estorsioni, rapine, sequestri di persona e atti terroristici contro le popolazioni. Peraltro, in perfetta continuità con le vecchie AUC, le AN svolgono oggi la loro medesima funzione politica attaccando membri delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la guerriglia di ispirazione bolivariana e guevarista) e provvedendo all’eliminazione fisica – sovente dietro commissione – di sindacalisti, attivisti politici e dei diritti umani, e di altri individui “scomodi” appartenenti ai movimenti civili. La loro attività più redditizia resta il narcotraffico, grazie al quale si finanziano e si armano e che li spinge, in casi sporadici, persino a scendere a patti scellerati con i loro nemici ideologici, i guerriglieri delle FARC, per spartirsi i lauti guadagni del commercio della droga.

 

A gonfiare i sempre più folti ranghi di queste bande criminali sono sia gli ex paras delle AUC (quelli che non hanno aderito alla smobilitazione, ma anche molti “smobilitati” tornati a delinquere), sia malviventi “comuni” senza alcuna relazione con i vecchi paramilitari, ma particolarmente vogliosi di entrare nel business del narcotraffico. Secondo un rapporto della Polizia Colombiana, tra il 2006 e il 2007 sono stati catturati ben 1.765 membri di bande armate criminali (Bacrim), dei quali 258 erano paramilitari “smobilitati”.

 

Uno degli individui sospettati di comandare le AN è l’ex paras Vicente Castaño (meglio conosciuto con il nome di “El Profe” e cofondatore delle AUC), il quale scomparve in seguito alla smobilitazione dei paramilitari e subito dopo essere stato accusato dell’assassinio del fratello Carlos, il capo storico delle AUC freddato ad Antioquia per ordine degli altri jefes reclusi nel carcere di massima sicurezza di Itagüí. Ma in realtà i sospetti arrivano ben più in alto, fino a lambire i palazzi della politica. Se il presidente colombiano Alvaro Uribe nega l’esistenza di legami tra le istituzioni e le decine di organizzazioni armate facenti capo alle nuove AN, la magistratura – di contro – continua a svolgere spinose indagini sulla presunta alleanza di un settore del governo con i capi dei narco-paramilitari. Molti di loro, come Salvatore Mancuso (di chiare origini italiane), don Berna e Jorge 40, sono già stati estradati negli Stati Uniti per reati legati al narcotraffico, ma potrebbero decidere da un momento all’altro di “vuotare il sacco” rivelando molte verità compromettenti sul conto di Uribe e dei suoi uomini di partito, per far scontare al presidente colombiano il fatto di non aver mantenuto le sue promesse di impunità secondo i dettami della legge-amnistia “Justicia y paz”.

Per allontanare e far dimenticare all’opinione pubblica i sospetti che lo riguardano, il mandatario colombiano si affida ai media nazionali (tutti – o quasi – subordinati al suo governo), i quali “sebbene non possano nascondere la portata degli scandali in atto, continuano ad avvalorare una presunta popolarità di Uribe ottenendo, grazie alla tecnica Goebbels (“ripetete una bugia, cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”), che sia presa per buona anche internazionalmente. Dimenticando che le elezioni di Uribe sono state non soltanto illegittime (per l’asseverata compra di voti che hanno reso possibile la riforma costituzionale che ha permesso la rieleggibilità presidenziale), ma anche ottenute con il contributo decisivo dei vari blocchi paramilitari, all’origine dello stesso scandalo della cosiddetta para-politica”. *

 

Mentre le istituzioni colombiane affondano sommerse dagli scandali, le Aquile nere sono tornate prepotentemente alla ribalta, ora anche sulla scena internazionale. Qualche mese fa, i loro capi si sono fatti sentire inviando lettere minatorie ad Ong di vari Paesi (tra cui l’Italia) con sede in Colombia, a sindacati dei lavoratori e a movimenti studenteschi nazionali ed internazionali che da anni si battono per la difesa dei diritti civili del popolo colombiano. Nel testo, pieno di insulti all’indirizzo delle FARC e dei suoi “fiancheggiatori”, si legge che tutte queste organizzazioni e i loro aderenti sono dichiarati dalle Aquile nere “obbiettivi militari”, e pertanto passibili di eliminazione. E di solito, purtroppo, alle minacce dei paramilitari fa regolarmente seguito l'esecuzione delle stesse…

 

Andrea Necciai

 

 

Note

* “La nazione dei veleni” di Guido Piccoli – Latinoamerica n°104 (3/2008).

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venerdì, giugno 20, 2008

"San Romero de America".

Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto.

 

Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.

Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".

Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.

In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la "contaminazione comunista", dopo l'esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l'area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.

Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.

Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.

Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.  

Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.

La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.

Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".

Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant'Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.

Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.

A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

 

Andrea Necciai.

 

“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

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mercoledì, aprile 30, 2008

IL MONDO OFFESO - Riflessioni sul tema della Globalizzazione.

 

“Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso: tutti soffrono, ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso (…)

Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.

 

Sono parole bellissime. Sono parole di un grande scrittore del nostro tempo, forse un po’ dimenticato, Elio Vittorini. Mi sono venute in mente leggendo un libro sul debito dei paesi del Sud del mondo, sui soldi che tanti poveri devono a così pochi ricchi. Lì dentro ci sono soprattutto delle storie… Delle domande e dei tentativi di risposta, ma soprattutto delle storie. Uno legge, gira la pagina e dice: perché non lo sapevo? Il mondo è così offeso, ehi! Perché non me l’avete detto?

 

Io non so se gli autori di questo libro siano come eremiti antichi, come diceva Vittorini. Ma è un fatto che ogni volta che leggete di quanto è offeso il mondo, e vi stupite, e avete quel moto quasi…di stizzita sorpresa, viene naturale pensare: ecco una cosa che mi è stata rubata, che mi è stata nascosta. Ehi! Ma in compenso hai avuto tonnellate di tette, i pettegolezzi sui calciatori miliardari e migliaia di pagine e di spot pubblicitari!

Certo, è molto egoistico lamentarsi per un furto di notizie, mentre qui dentro si racconta di gente che è quotidianamente derubata di tutto.

 

Vi racconto per tutti la storia del piccolo Charlie, 12 anni, che per campare parte dalla sua baraccopoli, cammina due ore, va al mercato di Lusaka, capitale dello Zambia, compra due sacchi da un chilo di farina. Cammina ancora due ore con la farina e torna indietro, mette la farina in sacchetti più piccoli e li vende a quelli che non hanno soldi per comprarne un chilo intero. Con il ricavato mangia e compra altri due chili di farina e così nei secoli dei secoli…

Voi direte: che sfigato il piccolo Charlie! Ma non è finita, il piccolo Charlie ha un debito di 860 dollari con qualche suo coetaneo americano, europeo , giapponese, non so, con qualche dodicenne ricco… Può darsi infatti che il piccolo Charlie con i suoi due chili di farina debba pagare la Playstation nuova a qualcuno, qui….

 

Un malgascio consuma ogni giorno 5 litri d’acqua. Un americano 600. Eppure il nostro amico del Madagascar deve dei soldi agli americani. Ed è tutto perfettamente legale…

Ehi, piccolo Charlie come pagherai i tuoi 860 dollari? Charlie non ha la scuola, non ha assistenza sanitaria, ammesso che la sua economia di sussistenza fatta di scarpinate e farina resti stabile, mangerà finché potrà camminare. Un’infezione? Non c’è la medicina… Due giorni a letto con l’influenza, non c’è da mangiare. E tutto questo per appena 860 dollari! Dev’essere un’offerta speciale!

 

Il meccanismo in poche parole sarebbe questo.

Devi svilupparti. Cerchi qualcuno che ti presti dei soldi… Solo un ricco può farlo. Gli interessi sono alti, non ce la fai a pagarli. Il ricco si presenta e ti dice: ehi, amico, tu mi devi dei soldi, aiutarti è mio interesse, facci tagliare un po’ delle tue foreste…

Ehi, amico povero, il tuo modello di sviluppo non è corretto. Cosa serve oggi? Chimica! Acciaio!… Sai, noi ricchi siamo un po’ delicati, queste cose ci fanno venire il cancro, falle tu, è un affarone… Eccoti altri soldi che si aggiungono al debito e creano più debito…

 

Ma poi quel signore ritorna: ehi, amico…  Le tue industrie chimiche hanno bisogno di energia. Dighe, fai dighe… Il povero indebitato sposta migliaia di persone, allaga valli, sommerge città, porta migliaia dei suoi figli nelle baraccopoli a vendere farina insieme a Charlie e decide di fare le dighe…

Ma lui non sa farle. E’ povero, non ha gli ingegneri, non ha sei miliardi di dollari cash con il project financing e la joint venture… Non c’è problema amico, la diga te la facciamo noi, abbiamo soltanto dovuto aumentare un po’ il debito…

E allora il povero indebitato porta l’energia alle fabbriche, e fa l’acciaio e i ricchi finalmente compreranno qui… Ma tornano quei signori, e dicono: sorry, abbiamo rifatto i conti, l’acciaio ci conviene farlo in Cina….

 

Intanto il debito è aumentato… Ma amico, non c’è problema, aiutarti è nostro interesse, come dice qualcuno, ti aiutiamo a casa tua… Il tuo modello di sviluppo non va, amico povero. Licenzia diecimila persone. Fai pagare la sanità… Fai entrare nel tuo sistema sanitario la nostra Healt Corporation… Aggiustiamo solo un po’ il debito…

E allora intorno al piccolo Charlie e ai suoi sacchetti di farina incominciano a fischiare le pallottole, e Charlie se ne starà buono, e il debito sarà sempre quello, e anzi molto aumentato da quando è iniziata la storia, e voi pensate che sia finita qui, ma vi sbagliate, perché tu, amico povero, ci devi ancora un sacco di soldi, ma noi siamo qui per aiutarti…

Senti, avremmo delle scorie tossiche, nucleari… Tu hai un paese così grande…

 

I debiti sono tuoi, amico., le baraccopoli sono tue, i malati di aids sono tutta roba tua. Ma le foreste sono pubbliche, amico. I mari sono di tutti, il più forte se li prende, il sistema satellitare per pescare un miliardo di merluzzi io ce l’ho! Come? Lo vuoi comprare anche tu? Ma come fai, amico…. Con tutti i debiti che hai!

C’è un rischio in questo libro. L’errore consiste nel pensare che si tratti di un argomento esotico: un’altra di quelle esotiche storie di globalizzazione… Ci sediamo e stiamo ad ascoltare, e scuotiamo il capo e proviamo reale compassione per tutti i piccoli Charlie di questo mondo e pensiamo: poverini!

 

E intanto che siamo lì seduti a pensare poverini, intorno a noi, a noi ricchi, ci tolgono da sotto i piedi piccole cose che erano nostre. Piccoli angoli di cose pubbliche, di cose di tutti, diventano private. Un pezzettino di sanità. Un pezzettino di scuola. Un pezzettino di pensione. E i ricchi, che saremo noi, ma sapete com’è ognuno è ricco a qualcuno altro, i ricchi dicono… gli italiani spendono troppo in pensioni, bisogna dare un stretta alla spesa sanitaria…. Insomma, fatte le debite proporzioni siamo tutti dei piccoli Charlie….

 

“… vedete, negli ultimi tempi, alla cosa pubblica si sono aggruppati tanti industriali di ogni sorta, e hanno talmente snaturato tutto ciò che hanno toccato, volgendolo a proprio  vantaggio, che la cosa pubblica è stata definitivamente e completamente insudiciata! E ora basta…” (Fedor Dostoevskij, 1866)

 

Ricominciamo da capo, da dove eravamo partiti… Il mondo è offeso, ricordate? Ma va bene le offese, va bene le facce… ma qui c’è un meccanismo. Un meccanismo tecnico… che è quello del debito. E tu gli guardi intorno e intorno a quello c’è un altro meccanismo, c’è quello del commercio mondiale, e intorno c’è ancora un altro meccanismo, che è quello del mercato globale…

 

“E i nomadi defluiscono lungo le strade, e la loro indigenza e la loro fame sono visibili nei loro occhi. Non hanno sistema, non ragionano. Dove c’è lavoro per uno accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.

E questo per qualcuno è un bene, perché fa calare le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù. E ora i latifondisti e le società inventano un metodo nuovo. Metton su le fabbriche di frutta in conserva, e quando le pesche e le pere e le susine sono mature fanno calare il prezzo della frutta fresca al di sotto del costo di produzione. Così comprano la frutta fresca a prezzo irrisorio, ma tengono alto quello della frutta in conserva e realizzano enormi profitti. E i contadini, i contadini che non possiedono fabbriche di frutta in conserva, perdono i loro frutteti che vengono assorbiti dai latifondisti e dalle banche e dalle società che possiedono le fabbriche di frutta in conserva. I contadini allora si trasferiscono in città, e in poco tempo vi esauriscono i loro crediti, e perdono gli amici e si alienano i parenti e finalmente si riducono anch’essi sulla strada. E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida a tal punto da essere disposta ad assassinare pur di trovarne…

Le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di confine tra la fame e il furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta”. (John Steinbeck, 1939)

 

Perché vi ho detto tutte queste cose? Per due motivi: perché queste cose sono già state scritte e perché:

Noi scriviamo la storia del mondo offeso. E scriviamo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute, e da compiere.

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venerdì, marzo 07, 2008
Alla mercè del TLC
Come neoliberismo e turbocapitalismo stanno dissanguando il “Pollicino d’America”.

Il Paese più piccolo e più densamente popolato dell’America Latina (quasi 5 milioni di abitanti in un territorio grande come il nostro Piemonte, più altri 2 milioni già emigrati negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro), un passato recente insanguinato da una guerra civile senza vincitori e con molti sconfitti, un presente inesorabilmente segnato da povertà e sfruttamento. In El Salvador l’orologio del progresso sociale è fermo da più di mezzo secolo.

Se ai più questa nazione non riesce ad offrire una pur minima opportunità di dignitosa sopravvivenza, per altri rappresenta ancora un’ottima fonte di investimento e ricchezza. Da alcuni anni per effetto degli accordi sul libero commercio (o TLC), le grandi corporation degli Stati Uniti sfruttano l’occasione per realizzare enormi profitti - soprattutto nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia - , dopo aver acquisito le decotte aziende pubbliche a costi stracciati ed averle riconvertite in efficienti macchine per far soldi. E in prospettiva di un’evoluzione del TLC in tutta l’area centroamericana, la privatizzazione di servizi come la scuola, la fornitura d’acqua e di energia elettrica proseguirà - con ogni probabilità - fino al suo totale completamento, portando ad un progressivo aumento delle tariffe delle utenze. Secondo le previsioni più accreditate questo succederà tra breve, mentre è già un fatto che in soli quattro mesi la “canasta basica”, il paniere dei prodotti di prima necessità (come mais, riso e fagioli) ha fatto registrare aumenti dei prezzi del 50%, trainati anche dal continuo rialzo del petrolio.

Spalleggiati da un sistema di regole a loro del tutto favorevole, imprenditori di tutto il mondo possono costruire in El Salvador i loro impianti industriali beneficiando di agevolazioni - non solo di natura fiscale - concesse dal governo, senza essere obbligati a comprare le materie prime in Centroamerica, pagando misere retribuzioni e trattenendo per loro tutti i profitti. Incapaci di competere con i Golia stranieri, moltissime piccole e medie imprese nazionali (soprattutto del settore tessile e caseario) si trovano costrette a chiudere i battenti con pesanti ricadute negative sui livelli occupazionali.

La disoccupazione, incubo di moltissimi giovani, va aumentando nelle città come nelle zone rurali, aggravata dai licenziamenti di massa attuati dalle imprese pubbliche in corso di ristrutturazione o di privatizzazione; la verità è che la maggior parte della forza lavoro attualmente occupata trova impiego soltanto nel settore del cosiddetto “lavoro informale”, caratterizzato da un’alta “flessibilizzazione”, bassissimi salari e assenza di garanzie sindacali anche minime, o di copertura sanitaria. Alle donne, i soggetti più deboli della società salvadoregna, spettano quasi sempre i lavori più umili e faticosi - nei campi o nelle maquilas, gli enormi stabilimenti tessili o di elettronica che prosperano in tutto il Centroamerica grazie allo sfruttamento e ai salari da fame -, perché sono proprio loro a doversi prendere carico del mantenimento famigliare dopo essere state abbandonate dai loro coniugi, come accade in svariati casi.

In El Salvador, un altro modo per sbarcare il lunario è il piccolo commercio. Un esercito di venditori di strada abusivi affolla le principali città alla ricerca di una fonte di reddito alternativa al lavoro “tradizionale”, ormai introvabile per i più. Così, camminando per le caotiche ed irrespirabili calles della capitale, si possono incontrare ovunque banchi di vendita improvvisati dove è possibile trovare di tutto: dagli alimentari ai dvd pirata offerti a un dollaro.

Ma non finisce qui. L’introduzione del TLC con gli Stati Uniti ha avuto e sta avendo effetti devastanti soprattutto nel settore agricolo, a causa dell’inondazione sui mercati locali dei prodotti alimentari nordamericani, molto più competitivi grazie al loro minor costo e alle sovvenzioni governative di cui possono godere gli agricoltori e gli allevatori statunitensi. Tutto ciò si traduce, in termini sociali, nella disperazione di migliaia di contadini e di piccoli agricoltori falliti, ai quali non resta altra scelta che abbandonare le loro case e i loro appezzamenti di poche manzanas di terra in cerca di miglior fortuna nelle grandi città.

Grazie a questa sua spregiudicata politica economica nei confronti dei vicini centroamericani, il governo degli Stati Uniti può così passare all’incasso dei benefici politici derivanti dal consolidamento degli ultimi TLC. In questo modo la Casa Bianca avrà, di fatto, più controllo sulle già indebolite economie della regione e sui loro docilissimi governi; senza contare che avendo già stabilito una “testa di ponte” in Centroamerica, avrà in futuro buon gioco ad imporre analoghi trattati al resto del continente americano (Chavez & Co. permettendo).

Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali ed amministrative del 2009, in Salvador la lotta politica si fa, mese dopo mese, sempre più accanita. Lo stesso ARENA, il partito di estrema destra che governa dalla fine della guerra (1992), è lacerato da dissidi interni tra le varie correnti politiche che aspirano al mantenimento del potere, tra cui la mai decaduta casta militare, la vecchia oligarchia dei terratenientes, e le nuove lobbies economico-finanziarie legate alla new economy.

Sull’altro versante il FMLN sembra godere di più coesione, dopo la scelta dei due candidati alla Presidenza, Mauricio Funes e Salvador Sanchez Cerén. Il primo è un ex-commentatore televisivo con una visione politica “moderata e progressista”, molto popolare grazie alle sue inchieste giornalistiche di denuncia; l’altro, candidato alla vice-presidenza, con il suo passato da comandante guerrigliero rappresenta invece la corrente più radicale e più a sinistra del partito.

Per il FMLN l’occasione è più che mai propizia: sarà dunque il 2009 l’anno del cambio? Se sarà capace di proporsi come forza di governo, il FMLN riuscirà ad ostacolare il consolidamento di un sistema economico, voluto ed imposto dai gringos e dalle multinazionali, che sta lentamente riducendo in miseria la stragrande maggioranza dei salvadoregni?


Andrea Necciai
El Salvador, febbraio 2008

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mercoledì, gennaio 17, 2007
L'orologio dell'Apocalisse
Allarme degli scienziati di fronte alle tensioni internazionali

Il 17 gennaio la lancetta dei minuti del cosiddetto “orologio dell’Apocalisse”, rimasta ferma dal febbraio 2002, è stata spostata in avanti di una tacca. L’evento è avvenuto contemporaneamente (alle 14,30, ora di Greenwich) a Washington, presso la sede della American Association for the Advancement of Science (AAAS) e a Londra, presso la sede della Royal Society.
L’orologio dell’Apocalisse è gestito dal Bulletin of the Atomic Scientists, una rivista fondata nel 1945 da ricercatori dell’Università di Chicago che avevano lavorato al Progetto Manhattan e che erano divenuti sensibili al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari. Il Doomsday Clock, “l’orologio dell’Apocalisse” fu introdotto nel 1947 per fornire un’immagine semplice e significativa della situazione, ponendolo a sette minuti dalla mezzanotte, per poi spostarlo avanti o indietro in base agli eventi internazionali. Nel corso degli anni è divenuto un indicatore universalmente riconosciuto della vulnerabilità del mondo di fronte alla sfida posta dalle armi nucleari e da altre fonti di grave pericolo per il pianeta.
La decisione di spostare la lancetta dell’orologio è stata presa dalla direzione della rivista dopo aver consultato un apposito gruppo di consulenti, del quale fanno parte 18 premi Nobel. Fra le ragioni che hanno portato alla decisione, vi sono: le ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord, la permanente insicurezza del materiale nucleare stoccato in Russia, il costante stato di allerta in cui vengono tenute ben 2000 delle 25.000 testate nucleari ancora detenute da Stati Uniti e Russia, l’aumento del fenomeno terroristico e anche le pressioni, conseguenti ai cambiamenti climatici in corso, per un’espansione del nucleare civile, che potrebbe riflettersi in un aumento del rischio di proliferazione delle armi nucleari.
All’evento, presenzieranno Stephen Hawking, Kennette Benedict, direttore del Bulletin of Atomic Scientists, Martin Rees, presidente della Royal Society, Lawrence M. Krauss, della Case Western Reserve University e Thomas Pickering, condirettore dell’International Crisis Group (ICG), organizzazione indipendente nata nel 1995 che realizza attività di monitoraggio ed analisi per la prevenzione dei conflitti.

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giovedì, novembre 09, 2006
LE NUOVE FRONTIERE DELL'AMERICA LATINA
Dal neoliberismo al "socialismo del XXI secolo", realtà o utopia?

Da quando, agli inizi dell'Ottocento, fu concepita la "Dottrina Monroe", gli
Stati Uniti iniziarono ad esercitare una politica estera molto aggressiva
nei confronti dei loro vicini sudamericani. Nel secolo scorso cavalcando il
celebre slogan "l'America agli americani", la nazione "culla della libertà"
si arrogava il diritto di annettersi Porto Rico, occupare il Canale di
Panama, installare dittature militari nel Cono Sud, combattere con mezzi
sporchi una guerra illegale e mai dichiarata contro il Nicaragua sandinista,
ed infine addestrare nelle sue strutture militari migliaia di torturatori
esperti in operazioni di controinsorgenza.
Dopo il crollo del socialismo nell'Europa dell'est e il conseguente
indebolimento dei movimenti progressisti/rivoluzionari in tutto il mondo, le
dittature militari che si erano insediate in America latina per
salvaguardare gli interessi degli Stati Uniti (e dei poteri
economico-finanziari) hanno lentamente segnato il passo in favore di forme
di governo più presentabili, le cosiddette "democrature" - secondo la nota
definizione coniata dallo scrittore Eduardo Galeano.
Se tali trasformazioni sono state determinanti a livello politico, il
processo forse più significativo degli anni 80 e 90 è stato il graduale
consolidamento dell'economia di mercato. Più di vent'anni di neoliberismo
hanno provocato localmente il declino dell'agricoltura e della piccola
industria, nonché una significativa perdita di posti di lavoro con ricadute
negative sul piano sociale ed umanitario. Questo lento genocidio economico è
oggi la principale causa dell'umiliante livello di povertà di quasi i 3/4
della popolazione latinoamericana e del progressivo impoverimento delle sue
classi medie.
Nonostante i disastri sociali, politici ed ambientali collezionati negli
ultimi anni da quei governi (di destra come di "sinistra") che hanno messo
in pratica i dettami economici di un capitalismo selvaggio e cannibale,
ancora oggi molti Stati si lasciano cooptare dalle imprese transnazionali e
dai massimi poteri finanziari, il FMI e la Banca Mondiale. "La vera posta in
gioco in America Latina - osserva James Cockroft sul periodico "Rebelion" -
è l'esercizio della sovranità nazionale per il controllo delle risorse
fondamentali come il petrolio, il gas e l'acqua, la biodiversità, l'
educazione, la sanità, i trasporti e la previdenza sociale, i settori
bancario ed industriale. I movimenti sociali protestano oggi contro la
privatizzazione delle fonti naturali, contro la mercificazione della vita e
la logica dello sfruttamento imposte dalla globalizzazione neoliberista,
insieme all'ingiunzione del pagamento del debito estero ereditato dalle
dittature." *
La svolta "a sinistra" delle ultime tornate elettorali, che hanno visto le
popolazioni coinvolte eleggere candidati di tendenza progressista (è il caso
di Kirchner in Argentina, di Tabaré Vazquez in Uruguay e di Michelle
Bachelet in Cile), si spiega facilmente con il fallimento delle destre
neoliberali che in poco più di una decade hanno fatto crescere a dismisura
la povertà e l'esclusione sociale. Molti tra i neoeletti capi di governo,
decisamente titubanti nei confronti dei Trattati di Libero Commercio e del
fondamentalismo del mercato, continuano - loro malgrado - a contribuire al
mantenimento del moribondo modello liberista. Il loro atteggiamento ambiguo
si deve soprattutto alla "debilitazione del potere statale dovuta ai
processi di privatizzazione dell'economia, ai nuovi accordi commerciali e al
pagamento del debito estero. Tutto ciò ha lasciato molti governi in una
situazione di estrema vulnerabilità e gli ha esposti al ricatto del capitale
straniero." *
Evidentemente però, i casi appena citati non valgono come esempio per le
esperienze di governo in corso in Venezuela e Bolivia. In queste due nazioni
la politica economica intrapresa dai rispettivi mandatari, Hugo Chavez ed
Evo Morales, va decisamente in controtendenza. Rifiutando l'idea che possa
(ri)sorgere un tipo di liberismo moderato e dal volto umano, i due Paesi
andini hanno optato per un cammino di riforme rivoluzionarie basate sull'
appoggio dello Stato alle istanze della popolazione e dei movimenti sociali.
Morales invoca un socialismo comunitario fondato sulla reciprocità e la
solidarietà, mentre da Caracas il presidente Hugo Chavez porta avanti il suo
singolare progetto di "Alternativa Bolivariana per l'America latina" (ALBA),
primo passo verso la costruzione del "nuovo socialismo del XXI secolo"
perché, come suole ripetere lo stesso Chavez, "non esiste un altro mondo
possibile in seno al capitalismo."
La proposta alternativa all'attuale modello economico-sociale dominante
suscita sempre più interesse in ogni angolo dell'America latina. Recenti
sondaggi realizzati in Brasile e Venezuela mostrano che più della metà degli
abitanti delle due nazioni si dicono favorevoli al passaggio ad un sistema
più "socialista", purché ciò non comporti la riassunzione di vecchi modelli
del passato (vedi le tragiche esperienze dell'Europa dell'est).
Il nuovo "socialismo sudamericano" si ispira al fondamentale principio dell'
integrazione dei popoli e delle culture; un obiettivo che si può cogliere -
secondo molti - soltanto attraverso la creazione di una confederazione di
Stati fondata su basi solidali e cooperative. Dal dibattito attorno a questo
tema emergono molteplici idee sul come realizzare l'ambizioso progetto.
Tutte sembrano convergere su quattro punti in comune:
1) Il primato dei valori umani. L'impegno di porre fine al patriarcato, al
razzismo, al sessismo, allo sfruttamento di classe e al genocidio; opponendo
a tutto ciò il rispetto del prossimo e la giustizia sociale.
2) L'organizzazione partecipativa, distante da ogni autoritarismo di tipo
stalinista, fondata sulla pianificazione in differenti livelli [.] e sul
principio della partecipazione popolare dal basso, in sostituzione della
"partitocrazia" e dell' "avanguardismo".
3) L'impronta internazionalista. [.] Difesa comune dei popoli contro il
neoliberismo e le aggressioni dell'imperialismo, attraverso la creazione di
organizzazioni sovrastatali che promuovano la pace e il rispetto dei diritti
umani, e nelle quali venga abolito il diritto di veto.
4) La difesa della sovranità nazionale, dei principi di non-intervento e di
autodeterminazione dei popoli [.], in linea con gli ideali a cui si sono
ispirati José Martì pensando a "Nuestra America", e Simon Bolivar a "la gran
patria." *
Se il sistema neoliberista è giunto ormai al crepuscolo, come sembrano
confermare gli sconquassi degli ultimi anni, la marcia del Nuovo Mondo verso
altri orizzonti di civiltà è appena all'inizio del suo impervio cammino.

Andrea "Chile" Necciai


Note:
* "Le sfide dell'America latina all'imperialismo" di James D. Cockroft -
Rebelion.
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