mercoledì, aprile 30, 2008

IL MONDO OFFESO - Riflessioni sul tema della Globalizzazione.

 

“Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso: tutti soffrono, ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso (…)

Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.

 

Sono parole bellissime. Sono parole di un grande scrittore del nostro tempo, forse un po’ dimenticato, Elio Vittorini. Mi sono venute in mente leggendo un libro sul debito dei paesi del Sud del mondo, sui soldi che tanti poveri devono a così pochi ricchi. Lì dentro ci sono soprattutto delle storie… Delle domande e dei tentativi di risposta, ma soprattutto delle storie. Uno legge, gira la pagina e dice: perché non lo sapevo? Il mondo è così offeso, ehi! Perché non me l’avete detto?

 

Io non so se gli autori di questo libro siano come eremiti antichi, come diceva Vittorini. Ma è un fatto che ogni volta che leggete di quanto è offeso il mondo, e vi stupite, e avete quel moto quasi…di stizzita sorpresa, viene naturale pensare: ecco una cosa che mi è stata rubata, che mi è stata nascosta. Ehi! Ma in compenso hai avuto tonnellate di tette, i pettegolezzi sui calciatori miliardari e migliaia di pagine e di spot pubblicitari!

Certo, è molto egoistico lamentarsi per un furto di notizie, mentre qui dentro si racconta di gente che è quotidianamente derubata di tutto.

 

Vi racconto per tutti la storia del piccolo Charlie, 12 anni, che per campare parte dalla sua baraccopoli, cammina due ore, va al mercato di Lusaka, capitale dello Zambia, compra due sacchi da un chilo di farina. Cammina ancora due ore con la farina e torna indietro, mette la farina in sacchetti più piccoli e li vende a quelli che non hanno soldi per comprarne un chilo intero. Con il ricavato mangia e compra altri due chili di farina e così nei secoli dei secoli…

Voi direte: che sfigato il piccolo Charlie! Ma non è finita, il piccolo Charlie ha un debito di 860 dollari con qualche suo coetaneo americano, europeo , giapponese, non so, con qualche dodicenne ricco… Può darsi infatti che il piccolo Charlie con i suoi due chili di farina debba pagare la Playstation nuova a qualcuno, qui….

 

Un malgascio consuma ogni giorno 5 litri d’acqua. Un americano 600. Eppure il nostro amico del Madagascar deve dei soldi agli americani. Ed è tutto perfettamente legale…

Ehi, piccolo Charlie come pagherai i tuoi 860 dollari? Charlie non ha la scuola, non ha assistenza sanitaria, ammesso che la sua economia di sussistenza fatta di scarpinate e farina resti stabile, mangerà finché potrà camminare. Un’infezione? Non c’è la medicina… Due giorni a letto con l’influenza, non c’è da mangiare. E tutto questo per appena 860 dollari! Dev’essere un’offerta speciale!

 

Il meccanismo in poche parole sarebbe questo.

Devi svilupparti. Cerchi qualcuno che ti presti dei soldi… Solo un ricco può farlo. Gli interessi sono alti, non ce la fai a pagarli. Il ricco si presenta e ti dice: ehi, amico, tu mi devi dei soldi, aiutarti è mio interesse, facci tagliare un po’ delle tue foreste…

Ehi, amico povero, il tuo modello di sviluppo non è corretto. Cosa serve oggi? Chimica! Acciaio!… Sai, noi ricchi siamo un po’ delicati, queste cose ci fanno venire il cancro, falle tu, è un affarone… Eccoti altri soldi che si aggiungono al debito e creano più debito…

 

Ma poi quel signore ritorna: ehi, amico…  Le tue industrie chimiche hanno bisogno di energia. Dighe, fai dighe… Il povero indebitato sposta migliaia di persone, allaga valli, sommerge città, porta migliaia dei suoi figli nelle baraccopoli a vendere farina insieme a Charlie e decide di fare le dighe…

Ma lui non sa farle. E’ povero, non ha gli ingegneri, non ha sei miliardi di dollari cash con il project financing e la joint venture… Non c’è problema amico, la diga te la facciamo noi, abbiamo soltanto dovuto aumentare un po’ il debito…

E allora il povero indebitato porta l’energia alle fabbriche, e fa l’acciaio e i ricchi finalmente compreranno qui… Ma tornano quei signori, e dicono: sorry, abbiamo rifatto i conti, l’acciaio ci conviene farlo in Cina….

 

Intanto il debito è aumentato… Ma amico, non c’è problema, aiutarti è nostro interesse, come dice qualcuno, ti aiutiamo a casa tua… Il tuo modello di sviluppo non va, amico povero. Licenzia diecimila persone. Fai pagare la sanità… Fai entrare nel tuo sistema sanitario la nostra Healt Corporation… Aggiustiamo solo un po’ il debito…

E allora intorno al piccolo Charlie e ai suoi sacchetti di farina incominciano a fischiare le pallottole, e Charlie se ne starà buono, e il debito sarà sempre quello, e anzi molto aumentato da quando è iniziata la storia, e voi pensate che sia finita qui, ma vi sbagliate, perché tu, amico povero, ci devi ancora un sacco di soldi, ma noi siamo qui per aiutarti…

Senti, avremmo delle scorie tossiche, nucleari… Tu hai un paese così grande…

 

I debiti sono tuoi, amico., le baraccopoli sono tue, i malati di aids sono tutta roba tua. Ma le foreste sono pubbliche, amico. I mari sono di tutti, il più forte se li prende, il sistema satellitare per pescare un miliardo di merluzzi io ce l’ho! Come? Lo vuoi comprare anche tu? Ma come fai, amico…. Con tutti i debiti che hai!

C’è un rischio in questo libro. L’errore consiste nel pensare che si tratti di un argomento esotico: un’altra di quelle esotiche storie di globalizzazione… Ci sediamo e stiamo ad ascoltare, e scuotiamo il capo e proviamo reale compassione per tutti i piccoli Charlie di questo mondo e pensiamo: poverini!

 

E intanto che siamo lì seduti a pensare poverini, intorno a noi, a noi ricchi, ci tolgono da sotto i piedi piccole cose che erano nostre. Piccoli angoli di cose pubbliche, di cose di tutti, diventano private. Un pezzettino di sanità. Un pezzettino di scuola. Un pezzettino di pensione. E i ricchi, che saremo noi, ma sapete com’è ognuno è ricco a qualcuno altro, i ricchi dicono… gli italiani spendono troppo in pensioni, bisogna dare un stretta alla spesa sanitaria…. Insomma, fatte le debite proporzioni siamo tutti dei piccoli Charlie….

 

“… vedete, negli ultimi tempi, alla cosa pubblica si sono aggruppati tanti industriali di ogni sorta, e hanno talmente snaturato tutto ciò che hanno toccato, volgendolo a proprio  vantaggio, che la cosa pubblica è stata definitivamente e completamente insudiciata! E ora basta…” (Fedor Dostoevskij, 1866)

 

Ricominciamo da capo, da dove eravamo partiti… Il mondo è offeso, ricordate? Ma va bene le offese, va bene le facce… ma qui c’è un meccanismo. Un meccanismo tecnico… che è quello del debito. E tu gli guardi intorno e intorno a quello c’è un altro meccanismo, c’è quello del commercio mondiale, e intorno c’è ancora un altro meccanismo, che è quello del mercato globale…

 

“E i nomadi defluiscono lungo le strade, e la loro indigenza e la loro fame sono visibili nei loro occhi. Non hanno sistema, non ragionano. Dove c’è lavoro per uno accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.

E questo per qualcuno è un bene, perché fa calare le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù. E ora i latifondisti e le società inventano un metodo nuovo. Metton su le fabbriche di frutta in conserva, e quando le pesche e le pere e le susine sono mature fanno calare il prezzo della frutta fresca al di sotto del costo di produzione. Così comprano la frutta fresca a prezzo irrisorio, ma tengono alto quello della frutta in conserva e realizzano enormi profitti. E i contadini, i contadini che non possiedono fabbriche di frutta in conserva, perdono i loro frutteti che vengono assorbiti dai latifondisti e dalle banche e dalle società che possiedono le fabbriche di frutta in conserva. I contadini allora si trasferiscono in città, e in poco tempo vi esauriscono i loro crediti, e perdono gli amici e si alienano i parenti e finalmente si riducono anch’essi sulla strada. E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida a tal punto da essere disposta ad assassinare pur di trovarne…

Le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di confine tra la fame e il furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta”. (John Steinbeck, 1939)

 

Perché vi ho detto tutte queste cose? Per due motivi: perché queste cose sono già state scritte e perché:

Noi scriviamo la storia del mondo offeso. E scriviamo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute, e da compiere.

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venerdì, marzo 07, 2008
Alla mercè del TLC
Come neoliberismo e turbocapitalismo stanno dissanguando il “Pollicino d’America”.

Il Paese più piccolo e più densamente popolato dell’America Latina (quasi 5 milioni di abitanti in un territorio grande come il nostro Piemonte, più altri 2 milioni già emigrati negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro), un passato recente insanguinato da una guerra civile senza vincitori e con molti sconfitti, un presente inesorabilmente segnato da povertà e sfruttamento. In El Salvador l’orologio del progresso sociale è fermo da più di mezzo secolo.

Se ai più questa nazione non riesce ad offrire una pur minima opportunità di dignitosa sopravvivenza, per altri rappresenta ancora un’ottima fonte di investimento e ricchezza. Da alcuni anni per effetto degli accordi sul libero commercio (o TLC), le grandi corporation degli Stati Uniti sfruttano l’occasione per realizzare enormi profitti - soprattutto nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia - , dopo aver acquisito le decotte aziende pubbliche a costi stracciati ed averle riconvertite in efficienti macchine per far soldi. E in prospettiva di un’evoluzione del TLC in tutta l’area centroamericana, la privatizzazione di servizi come la scuola, la fornitura d’acqua e di energia elettrica proseguirà - con ogni probabilità - fino al suo totale completamento, portando ad un progressivo aumento delle tariffe delle utenze. Secondo le previsioni più accreditate questo succederà tra breve, mentre è già un fatto che in soli quattro mesi la “canasta basica”, il paniere dei prodotti di prima necessità (come mais, riso e fagioli) ha fatto registrare aumenti dei prezzi del 50%, trainati anche dal continuo rialzo del petrolio.

Spalleggiati da un sistema di regole a loro del tutto favorevole, imprenditori di tutto il mondo possono costruire in El Salvador i loro impianti industriali beneficiando di agevolazioni - non solo di natura fiscale - concesse dal governo, senza essere obbligati a comprare le materie prime in Centroamerica, pagando misere retribuzioni e trattenendo per loro tutti i profitti. Incapaci di competere con i Golia stranieri, moltissime piccole e medie imprese nazionali (soprattutto del settore tessile e caseario) si trovano costrette a chiudere i battenti con pesanti ricadute negative sui livelli occupazionali.

La disoccupazione, incubo di moltissimi giovani, va aumentando nelle città come nelle zone rurali, aggravata dai licenziamenti di massa attuati dalle imprese pubbliche in corso di ristrutturazione o di privatizzazione; la verità è che la maggior parte della forza lavoro attualmente occupata trova impiego soltanto nel settore del cosiddetto “lavoro informale”, caratterizzato da un’alta “flessibilizzazione”, bassissimi salari e assenza di garanzie sindacali anche minime, o di copertura sanitaria. Alle donne, i soggetti più deboli della società salvadoregna, spettano quasi sempre i lavori più umili e faticosi - nei campi o nelle maquilas, gli enormi stabilimenti tessili o di elettronica che prosperano in tutto il Centroamerica grazie allo sfruttamento e ai salari da fame -, perché sono proprio loro a doversi prendere carico del mantenimento famigliare dopo essere state abbandonate dai loro coniugi, come accade in svariati casi.

In El Salvador, un altro modo per sbarcare il lunario è il piccolo commercio. Un esercito di venditori di strada abusivi affolla le principali città alla ricerca di una fonte di reddito alternativa al lavoro “tradizionale”, ormai introvabile per i più. Così, camminando per le caotiche ed irrespirabili calles della capitale, si possono incontrare ovunque banchi di vendita improvvisati dove è possibile trovare di tutto: dagli alimentari ai dvd pirata offerti a un dollaro.

Ma non finisce qui. L’introduzione del TLC con gli Stati Uniti ha avuto e sta avendo effetti devastanti soprattutto nel settore agricolo, a causa dell’inondazione sui mercati locali dei prodotti alimentari nordamericani, molto più competitivi grazie al loro minor costo e alle sovvenzioni governative di cui possono godere gli agricoltori e gli allevatori statunitensi. Tutto ciò si traduce, in termini sociali, nella disperazione di migliaia di contadini e di piccoli agricoltori falliti, ai quali non resta altra scelta che abbandonare le loro case e i loro appezzamenti di poche manzanas di terra in cerca di miglior fortuna nelle grandi città.

Grazie a questa sua spregiudicata politica economica nei confronti dei vicini centroamericani, il governo degli Stati Uniti può così passare all’incasso dei benefici politici derivanti dal consolidamento degli ultimi TLC. In questo modo la Casa Bianca avrà, di fatto, più controllo sulle già indebolite economie della regione e sui loro docilissimi governi; senza contare che avendo già stabilito una “testa di ponte” in Centroamerica, avrà in futuro buon gioco ad imporre analoghi trattati al resto del continente americano (Chavez & Co. permettendo).

Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali ed amministrative del 2009, in Salvador la lotta politica si fa, mese dopo mese, sempre più accanita. Lo stesso ARENA, il partito di estrema destra che governa dalla fine della guerra (1992), è lacerato da dissidi interni tra le varie correnti politiche che aspirano al mantenimento del potere, tra cui la mai decaduta casta militare, la vecchia oligarchia dei terratenientes, e le nuove lobbies economico-finanziarie legate alla new economy.

Sull’altro versante il FMLN sembra godere di più coesione, dopo la scelta dei due candidati alla Presidenza, Mauricio Funes e Salvador Sanchez Cerén. Il primo è un ex-commentatore televisivo con una visione politica “moderata e progressista”, molto popolare grazie alle sue inchieste giornalistiche di denuncia; l’altro, candidato alla vice-presidenza, con il suo passato da comandante guerrigliero rappresenta invece la corrente più radicale e più a sinistra del partito.

Per il FMLN l’occasione è più che mai propizia: sarà dunque il 2009 l’anno del cambio? Se sarà capace di proporsi come forza di governo, il FMLN riuscirà ad ostacolare il consolidamento di un sistema economico, voluto ed imposto dai gringos e dalle multinazionali, che sta lentamente riducendo in miseria la stragrande maggioranza dei salvadoregni?


Andrea Necciai
El Salvador, febbraio 2008

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mercoledì, gennaio 17, 2007
L'orologio dell'Apocalisse
Allarme degli scienziati di fronte alle tensioni internazionali

Il 17 gennaio la lancetta dei minuti del cosiddetto “orologio dell’Apocalisse”, rimasta ferma dal febbraio 2002, è stata spostata in avanti di una tacca. L’evento è avvenuto contemporaneamente (alle 14,30, ora di Greenwich) a Washington, presso la sede della American Association for the Advancement of Science (AAAS) e a Londra, presso la sede della Royal Society.
L’orologio dell’Apocalisse è gestito dal Bulletin of the Atomic Scientists, una rivista fondata nel 1945 da ricercatori dell’Università di Chicago che avevano lavorato al Progetto Manhattan e che erano divenuti sensibili al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari. Il Doomsday Clock, “l’orologio dell’Apocalisse” fu introdotto nel 1947 per fornire un’immagine semplice e significativa della situazione, ponendolo a sette minuti dalla mezzanotte, per poi spostarlo avanti o indietro in base agli eventi internazionali. Nel corso degli anni è divenuto un indicatore universalmente riconosciuto della vulnerabilità del mondo di fronte alla sfida posta dalle armi nucleari e da altre fonti di grave pericolo per il pianeta.
La decisione di spostare la lancetta dell’orologio è stata presa dalla direzione della rivista dopo aver consultato un apposito gruppo di consulenti, del quale fanno parte 18 premi Nobel. Fra le ragioni che hanno portato alla decisione, vi sono: le ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord, la permanente insicurezza del materiale nucleare stoccato in Russia, il costante stato di allerta in cui vengono tenute ben 2000 delle 25.000 testate nucleari ancora detenute da Stati Uniti e Russia, l’aumento del fenomeno terroristico e anche le pressioni, conseguenti ai cambiamenti climatici in corso, per un’espansione del nucleare civile, che potrebbe riflettersi in un aumento del rischio di proliferazione delle armi nucleari.
All’evento, presenzieranno Stephen Hawking, Kennette Benedict, direttore del Bulletin of Atomic Scientists, Martin Rees, presidente della Royal Society, Lawrence M. Krauss, della Case Western Reserve University e Thomas Pickering, condirettore dell’International Crisis Group (ICG), organizzazione indipendente nata nel 1995 che realizza attività di monitoraggio ed analisi per la prevenzione dei conflitti.

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giovedì, novembre 09, 2006
LE NUOVE FRONTIERE DELL'AMERICA LATINA
Dal neoliberismo al "socialismo del XXI secolo", realtà o utopia?

Da quando, agli inizi dell'Ottocento, fu concepita la "Dottrina Monroe", gli
Stati Uniti iniziarono ad esercitare una politica estera molto aggressiva
nei confronti dei loro vicini sudamericani. Nel secolo scorso cavalcando il
celebre slogan "l'America agli americani", la nazione "culla della libertà"
si arrogava il diritto di annettersi Porto Rico, occupare il Canale di
Panama, installare dittature militari nel Cono Sud, combattere con mezzi
sporchi una guerra illegale e mai dichiarata contro il Nicaragua sandinista,
ed infine addestrare nelle sue strutture militari migliaia di torturatori
esperti in operazioni di controinsorgenza.
Dopo il crollo del socialismo nell'Europa dell'est e il conseguente
indebolimento dei movimenti progressisti/rivoluzionari in tutto il mondo, le
dittature militari che si erano insediate in America latina per
salvaguardare gli interessi degli Stati Uniti (e dei poteri
economico-finanziari) hanno lentamente segnato il passo in favore di forme
di governo più presentabili, le cosiddette "democrature" - secondo la nota
definizione coniata dallo scrittore Eduardo Galeano.
Se tali trasformazioni sono state determinanti a livello politico, il
processo forse più significativo degli anni 80 e 90 è stato il graduale
consolidamento dell'economia di mercato. Più di vent'anni di neoliberismo
hanno provocato localmente il declino dell'agricoltura e della piccola
industria, nonché una significativa perdita di posti di lavoro con ricadute
negative sul piano sociale ed umanitario. Questo lento genocidio economico è
oggi la principale causa dell'umiliante livello di povertà di quasi i 3/4
della popolazione latinoamericana e del progressivo impoverimento delle sue
classi medie.
Nonostante i disastri sociali, politici ed ambientali collezionati negli
ultimi anni da quei governi (di destra come di "sinistra") che hanno messo
in pratica i dettami economici di un capitalismo selvaggio e cannibale,
ancora oggi molti Stati si lasciano cooptare dalle imprese transnazionali e
dai massimi poteri finanziari, il FMI e la Banca Mondiale. "La vera posta in
gioco in America Latina - osserva James Cockroft sul periodico "Rebelion" -
è l'esercizio della sovranità nazionale per il controllo delle risorse
fondamentali come il petrolio, il gas e l'acqua, la biodiversità, l'
educazione, la sanità, i trasporti e la previdenza sociale, i settori
bancario ed industriale. I movimenti sociali protestano oggi contro la
privatizzazione delle fonti naturali, contro la mercificazione della vita e
la logica dello sfruttamento imposte dalla globalizzazione neoliberista,
insieme all'ingiunzione del pagamento del debito estero ereditato dalle
dittature." *
La svolta "a sinistra" delle ultime tornate elettorali, che hanno visto le
popolazioni coinvolte eleggere candidati di tendenza progressista (è il caso
di Kirchner in Argentina, di Tabaré Vazquez in Uruguay e di Michelle
Bachelet in Cile), si spiega facilmente con il fallimento delle destre
neoliberali che in poco più di una decade hanno fatto crescere a dismisura
la povertà e l'esclusione sociale. Molti tra i neoeletti capi di governo,
decisamente titubanti nei confronti dei Trattati di Libero Commercio e del
fondamentalismo del mercato, continuano - loro malgrado - a contribuire al
mantenimento del moribondo modello liberista. Il loro atteggiamento ambiguo
si deve soprattutto alla "debilitazione del potere statale dovuta ai
processi di privatizzazione dell'economia, ai nuovi accordi commerciali e al
pagamento del debito estero. Tutto ciò ha lasciato molti governi in una
situazione di estrema vulnerabilità e gli ha esposti al ricatto del capitale
straniero." *
Evidentemente però, i casi appena citati non valgono come esempio per le
esperienze di governo in corso in Venezuela e Bolivia. In queste due nazioni
la politica economica intrapresa dai rispettivi mandatari, Hugo Chavez ed
Evo Morales, va decisamente in controtendenza. Rifiutando l'idea che possa
(ri)sorgere un tipo di liberismo moderato e dal volto umano, i due Paesi
andini hanno optato per un cammino di riforme rivoluzionarie basate sull'
appoggio dello Stato alle istanze della popolazione e dei movimenti sociali.
Morales invoca un socialismo comunitario fondato sulla reciprocità e la
solidarietà, mentre da Caracas il presidente Hugo Chavez porta avanti il suo
singolare progetto di "Alternativa Bolivariana per l'America latina" (ALBA),
primo passo verso la costruzione del "nuovo socialismo del XXI secolo"
perché, come suole ripetere lo stesso Chavez, "non esiste un altro mondo
possibile in seno al capitalismo."
La proposta alternativa all'attuale modello economico-sociale dominante
suscita sempre più interesse in ogni angolo dell'America latina. Recenti
sondaggi realizzati in Brasile e Venezuela mostrano che più della metà degli
abitanti delle due nazioni si dicono favorevoli al passaggio ad un sistema
più "socialista", purché ciò non comporti la riassunzione di vecchi modelli
del passato (vedi le tragiche esperienze dell'Europa dell'est).
Il nuovo "socialismo sudamericano" si ispira al fondamentale principio dell'
integrazione dei popoli e delle culture; un obiettivo che si può cogliere -
secondo molti - soltanto attraverso la creazione di una confederazione di
Stati fondata su basi solidali e cooperative. Dal dibattito attorno a questo
tema emergono molteplici idee sul come realizzare l'ambizioso progetto.
Tutte sembrano convergere su quattro punti in comune:
1) Il primato dei valori umani. L'impegno di porre fine al patriarcato, al
razzismo, al sessismo, allo sfruttamento di classe e al genocidio; opponendo
a tutto ciò il rispetto del prossimo e la giustizia sociale.
2) L'organizzazione partecipativa, distante da ogni autoritarismo di tipo
stalinista, fondata sulla pianificazione in differenti livelli [.] e sul
principio della partecipazione popolare dal basso, in sostituzione della
"partitocrazia" e dell' "avanguardismo".
3) L'impronta internazionalista. [.] Difesa comune dei popoli contro il
neoliberismo e le aggressioni dell'imperialismo, attraverso la creazione di
organizzazioni sovrastatali che promuovano la pace e il rispetto dei diritti
umani, e nelle quali venga abolito il diritto di veto.
4) La difesa della sovranità nazionale, dei principi di non-intervento e di
autodeterminazione dei popoli [.], in linea con gli ideali a cui si sono
ispirati José Martì pensando a "Nuestra America", e Simon Bolivar a "la gran
patria." *
Se il sistema neoliberista è giunto ormai al crepuscolo, come sembrano
confermare gli sconquassi degli ultimi anni, la marcia del Nuovo Mondo verso
altri orizzonti di civiltà è appena all'inizio del suo impervio cammino.

Andrea "Chile" Necciai


Note:
* "Le sfide dell'America latina all'imperialismo" di James D. Cockroft -
Rebelion.
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martedì, agosto 01, 2006

LE MANI SU CUBA
Torna in auge il più folle dei progetti di G.W. Bush.

Il 20 maggio del 2004 il presidente Bush annunciò con grande clamore di aver
messo a punto un piano infallibile per abbattere l'odiato regime castrista e
gettare così le basi per una futura “annessione” di Cuba. La divulgazione
del documento, che risultava essere composto da più di 450 pagine, scatenò
sulle prime una pioggia di critiche all’indirizzo del suo incauto autore,
per piombare subito dopo nel dimenticatoio.
Dopo più di due anni di imbarazzante silenzio sul tema, ecco riapparire sul
sito del Dipartimento di Stato americano, in data 20/6/2006, l’estratto di
un nuovo “progetto” per la dissoluzione di Cuba, che alcuni media di Miami
(molto vicini agli interessi della comunità anticastrista locale) hanno già
ribattezzato, enfaticamente, “borrador”. In questo nuovo documento vengono
annunciate nuove e più severe “misure per accelerare la caduta della Cuba
socialista”.
Per raggiungere finalmente lo scopo tanto agognato, cioè porre fine a quasi
cinquant’anni di rivoluzione cubana, il governo nordamericano - seguendo i
suggerimenti del “Piano Bush” - dovrà percorrere tre fondamentali linee d’
azione:
1) Ulteriore inasprimento del blocco economico, probabilmente attraverso un
irrigidimento della già “asfissiante" legge Helms-Burton;
2) Aumento dei finanziamenti a favore dei gruppi di dissidenti politici (e
di mercenari-terroristi) che operano all’interno e al di fuori della nazione
cubana;
3) Intensificazione della campagna di propaganda e disinformazione, per
delegittimare il regime castrista ed aumentarne il discredito soprattutto a
livello internazionale.
Secondo il “Piano Bush” una volta raggiunto il controllo dell’isola, il
necessario processo di transizione dal sistema socialista al nuovo
“capitalismo dei Caraibi” sarà affidato ad una specie di governatore
generale, con funzioni analoghe a quelle di Paul Bremer (l’ex amministratore
dell’Iraq occupato), investito del pomposo incarico di “Coordinatore della
ricostruzione di Cuba”.
Il nuovo burocrate - che pare sia già stato nominato (!), confidando
evidentemente nelle più rosee previsioni circa l’esito dell’invasione - si
dovrà occupare innanzitutto della restituzione agli antichi possessori di
tutte le proprietà confiscate dalla Rivoluzione dopo il 1959, con
conseguente sfratto di migliaia di famiglie che ne stanno tuttora
beneficiando; l’operazione dovrà compiersi sotto la supervisione dell’
apposita “Commissione del Governo degli Stati Uniti per la devoluzione delle
proprietà di Cuba”.
Un altro importante capitolo da affrontare riguarderà la privatizzazione
dell’economia del Paese, compresi i settori dell’educazione e dei servizi
sanitari (vale a dire, i due più importanti benefici di cui può ancora
godere il popolo cubano): “tutte le cooperative verranno sciolte e sarà
immediatamente ripristinato il vecchio sistema del latifondo; sarà inoltre
eliminato il vecchio apparato di assistenza sociale e chiuse tutte le
strutture per anziani (pensionati e ricoveri)”.* Di tutto ciò si dovrebbe
occupare un altro fondamentale apparato governativo, il “Comitato permanente
del Governo degli Stati Uniti per la ricostruzione economica di Cuba”.
Ora però, per muovere una guerra contro Cuba (e sempre che si opti per una
soluzione militare), gli Usa saranno costretti a trovare un pretesto più che
credibile. Storicamente, esiste già al riguardo un’impressionante serie di
precedenti che partono dall’(auto)affondamento della corazzata “Maine” nel
Mar dei Caraibi (che provocò nel 1898 l’inizio della guerra
ispano-americana), passando per Pearl Harbour (7 dicembre 1941), fino ad
arrivare all’attentato dell’11 settembre 2001, il casus belli dell’invasione
dell’Afganistan e dell’Iraq.
Del resto, già a partire dal lontano 1962 Cia e Pentagono avevano cominciato
ad elaborare strategie per giustificare un attacco contro Cuba. Ciò è
testimoniato dall’esistenza di numerosi documenti declassificati chiamati
“Piani Northwoods”. Ad esempio, nella sezione denominata “Annex to appendix
to enclusure A” di uno di questi fascicoli i compilatori - alcuni brillanti
esperti di strategia militare del Dipartimento della Difesa - suggerivano
di:
 Diffondere a Cuba voci false utilizzando radio clandestine;
 Dare vita a finti attacchi, sabotaggi e rivolte nella baia di Guantanamo,
sede della base americana, accusando poi le forze cubane;
 Bruciare con bombe incendiarie i raccolti di nazioni come Haiti,
Repubblica Dominicana o altre, fornendo poi prove della responsabilità
cubana.
Ma forse il vero problema per Bush è che l’invasione di Cuba da parte di
soldati americani sarebbe - in qualsiasi caso - mal tollerata dalla comunità
internazionale, per non parlare poi del rischio di  subire ingenti perdite.
Perciò nell’eventualità di un attacco all’isola, il “lavoro sporco”
toccherebbe ai soliti gruppi di paramilitari prezzolati (stile “contras”) -
come già accaduto nel 1961 nel caso del fallito tentativo di invasione alla
Baia dei Porci - evitando in tal modo situazioni di guerra “molto
imbarazzanti” che vedrebbero coinvolte truppe regolari dell’esercito degli
Stati Uniti.
Perfettamente adatte a questo scopo sono le decine di unità paramilitari di
estrema destra che da anni compiono in Florida i loro cicli di
addestramento, tollerate quando non incoraggiate dalle stesse autorità
statunitensi. I loro capi sarebbero disposti, e senza alcuna esitazione, ad
impegnarsi in incursioni sul territorio cubano, come ha più volte dichiarato
pubblicamente Romy Frometa, sedicente comandante dell’unità denominata
“Commando F-4”, già responsabile in passato di attività terroristiche e di
sabotaggio a Cuba e in Venezuela.
In aggiunta ai guerriglieri di destra altri “enti” foraggiati dalla Cia,
come la “Fondazione Caribe” o la ben più celebre “Fondazione Nazionale
Cubano Americana” (FNCA), continuano a rivelarsi delle preziose fonti di
appoggio alla causa anticastrista, sia a livello propagandistico che sotto
un profilo logistico-militare. José Antonio Llama, ex direttore della FNCA,
durante un’intervista rilasciata ad un’emittente televisiva americana, ha
confessato di aver personalmente provveduto ad acquistare per conto della
sua fondazione “un elicottero da carico, 10 aerei ultraleggeri, 7
imbarcazioni, 1 lancia veloce e del materiale esplosivo”, in vista di un
loro l’impiego in operazioni di sabotaggio sull’isola caraibica.
E così, mentre Mr. Bush non perde occasione per lanciare crociate contro
“stati canaglia” e fantomatiche centrali del terrorismo internazionale, il
governo da lui presieduto continua a proteggere e a far circolare a piede
libero terroristi del calibro di Orlando Bosch e di Antonio Posada Carriles
(membro, quest’ultimo, del commando che nel 1976 fece esplodere un aereo di
linea cubano con centinaia di passeggeri a bordo), garantendo loro l’
assoluta impunità. Al contrario i cinque informatori cubani, arrestati
ingiustamente nel 1998 mentre stavano indagando sulle attività terroristiche
dei gruppi anticastristi presenti in Florida, rimangono tuttora reclusi
nelle carceri di massima sicurezza americane; anche di fronte all’intervento
dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu che ha dichiarato
arbitraria ed illegale la detenzione dei cinque cubani, sollecitando il
Governo degli Stati Uniti a risolvere detta situazione.
Tutto questo continua ad accadere, oggi, nel Paese che si propone al mondo
intero come alfiere della libertà e della democrazia.

 Andrea “Chile” Necciai


Note:
* “Il Piano Bush di assistenza a una Cuba libera”. Cronaca di una guerra
annunciata.
Ricardo Alarcón de Quesada.

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giovedì, giugno 15, 2006

" IN DIFESA DELL'UMANITA' "

In Venezuela, la culla del libertador Simón Bolívar, decine di intellettuali
e di artisti provenienti da diversi paesi e culture dell'America Latina si
sono dati appuntamento per ribadire con forza il loro impegno contro la
guerra imperialista e il terrorismo; in un'epoca in cui la Carta delle
Nazioni Unite continua a non essere rispettata, la legalità internazionale è
stata più volte violata e sono stati cancellati principi come il
non-intervento negli affari interni degli Stati o il concetto stesso di
sovranità.
Nonostante la lezione delle due guerre mondiali, la Convenzione di Ginevra
sul trattamento dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili è ormai
un vago ricordo del passato, mentre i detenuti seguitano ad essere torturati
in luoghi al di fuori del controllo della legge, a Guantanamo come ad Abu
Ghraib.
L'invasione e la successiva devastazione dell'Iraq, le minacce nei confronti
delle altre nazioni del Medio Oriente, il genocidio del popolo palestinese,
le costanti attività militari in Africa e in America Latina rivelano sempre
più la vocazione delle grandi nazioni ad imporre "col sangue e col fuoco" un
ordine internazionale basato sull'esercizio indiscriminato della forza.

Dichiarazione di Anzoategui, Venezuela, 7 giugno 2006.
"Quando nel 1936 il colpo di stato di Francisco Franco scatenò la guerra
civile che mise fine al breve ma affascinante sogno della Seconda Repubblica
Spagnola, le persone più lucide nel mondo compresero immediatamente che la
Spagna era solo la prima trincea di una guerra globale foriera di atroci
conseguenze per l'intera umanità. Il fascismo di Hitler e Mussolini sembrava
a molti una soluzione accettabile alla crisi del capitalismo e, incoscienti
o indifferenti alla sua barbarie, le classi dirigenti europee tradirono la
causa della dignità dei popoli, sempre contagiosa e potenzialmente
"rivoluzionaria". La sconfitta della Seconda Repubblica inaugurò una delle
epoche più fosche della storia recente, ma la generosità e il coraggio di
coloro che allora offrirono la loro vita per difendere quel sogno ancora ci
sostengono e ci animano.
Dopo aver formalmente sconfitto il fascismo nella Seconda Guerra Mondiale,
le stesse forze economiche e ideologiche che lo abbatterono hanno continuato
e continuano ad aggredire con ogni mezzo qualsiasi progetto di sovranità
popolare, di giustizia e di resistenza al dominio imperiale. Settant'anni
dopo il golpe franchista, analoghi pericoli di derive autoritarie - di
portata globale - stanno mettendo a rischio la sopravvivenza della specie
umana. Di fronte a tutto ciò, con l'appoggio decisivo dei grandi mezzi di
comunicazione, si continua a giustificare la barbarie e a promuovere la
guerra, l'indifferenza e la selvaggia legge del più forte.
Sull'America Latina, considerata nella geopolitica coloniale come il
"cortile di casa" degli Stati Uniti, queste minacce si concentrano in modo
particolare ma, al tempo stesso, cominciano a germogliare i semi di una
nuova coscienza e di una rinata speranza. L'attualità ci racconta
quotidianamente le sofferenze di molte popolazioni sottoposte al terrorismo
di stato degli Stati Uniti e dei loro complici. I crimini di guerra nei
confronti del popolo palestinese, afgano, iracheno, le torture a Guantanamo
e ad Abu Ghraib, le carceri segrete, i voli clandestini della Cia, l'
esecuzione sistematica di intellettuali iracheni, di sindacalisti e di
contadini latinoamericani, le leggi contro i diritti e la libertà delle
persone, l'ostilità permanente contro i processi sociali in corso nel
Venezuela bolivariano, a Cuba, e ora in Bolivia, sono gli strumenti di un
capitalismo militarizzato e criminale, che non agisce in nome di una
supposta superiorità della razza, bensì come artefice e tutore della
democrazia planetaria.
Settanta anni fa grandi scrittori e poeti, di una e dell'altra sponda dell'
Atlantico, difesero insieme in Spagna la causa della libertà; lì vi erano,
tra gli altri, Cesar Vallejo, Pablo Neruda, Miguel Hernandez, Antonio
Machado, Rafael Alberti, Nicolas Guillén e, naturalmente, Federico Garcia
Lorca, assassinato nelle prime settimane del conflitto perché simbolo dell'
incontro della parola con la dignità. Come diceva un altro grande poeta
spagnolo, "la poesia non può essere concepita come un lusso culturale per i
neutrali", laddove la neutralità è complice della tirannia, dell'ingiustizia
e della morte. La poesia deve salvaguardare la verità quando è minacciata e
guidarci, come ancora oggi ci guida, verso la solidarietà e l'impegno
civile.
Noi giornalisti, scrittori e poeti della "Rete in Difesa dell'Umanità"
appoggiamo la lotta del popolo iracheno che si oppone all'invasore
nordamericano, e la resistenza dei popoli dell'America Latina che sono in
prima linea di fronte all'aggressione imperialista."*

Seguono le firme di 40 intellettuali latinoamericani.


 Andrea "Chile" Necciai

* Testo inviato da Armando Rama Martell
- Segreteria della sezione cubana della "Rete in Difesa dell'Umanità".

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lunedì, maggio 15, 2006

Ricordando Schafik
Vita e morte di un rivoluzionario esemplare

A distanza di qualche mese dalla sua morte improvvisa, molti salvadoregni
piangono ancora la perdita di Schafick Jorge Handal, leader carismatico del
Frente Farabundo Martì de Liberacion Nacional, personaggio amatissimo dal
suo popolo per aver dedicato tutta una vita alla lotta sociale - prima
quella armata, come capo guerrigliero durante la guerra civile del
1980-1992, poi quella politica come dirigente di partito.
Ai funerali hanno partecipato migliaia di persone, nonché i rappresentanti
di 20 paesi tra i quali Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Cuba,
Nicaragua, Guatemala e Repubblica Dominicana; ma molti altri paesi
primeggiavano in quella folla che cantava: "Il Comandante rimane, il
Comandante non va via". Il giorno prima il Parlamento Centroamericano
(PARLACEN) aveva decorato post mortem Handal con la medaglia d'Onore al
Merito Centroamericano, una delle più importanti concesse ai capi di stato e
alle persone illustri che hanno svolto la propria opera in modo esemplare;
un giusto riconoscimento del popolo dell'America Centrale a un grande uomo
che con la sua morte lascia un vuoto enorme, ma anche il suo pensiero
profondo e l'insegnamento del suo esempio.
Di lontane origini palestinesi, Schafick Handal conseguì la laurea in
Diritto all'università di San Salvador, dove diventò anche dirigente del
movimento per la riforma e l'autonomia universitaria. La sua lunga militanza
nel Partito Comunista Salvadoregno ebbe invece inizio nel lontano 1944; un
anno cruciale per il cammino democratico del piccolo paese centroamericano,
paralizzato da una serie di scioperi e di furiose proteste popolari che
portarono alla caduta della dittatura di Maximiliano Hernandez.
Come conseguenza del suo impegno politico, il giovane Handal fu presto
costretto a fuggire in esilio, in Cile e Guatemala, per poi far ritorno nel
suo paese d'origine in assoluta clandestinità e appena in tempo per
contribuire all'organizzazione della lotta rivoluzionaria. In quel periodo,
Handal si distinse come capo delle formazioni guerrigliere integrate nel
Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale, che combatté per tutti gli
anni ottanta contro la dittatura militare appoggiata apertamente dagli Stati
Uniti. Alla fine del conflitto armato (1992), Schafik fu a capo della
commissione del FMLN che partecipò ai negoziati di pace, contribuendo all'
apertura di ampi spazi di partecipazione politica e civile per la neonata
sinistra salvadoregna. E dopo la trasformazione del FMLN in partito
politico, il "Comandante" si presentò alle elezioni amministrative del 1994
come candidato sindaco per il comune di San Salvador.
Nel 2002 il Fronte Farabundo Martì conobbe la sua crisi più acuta. La
fazione "riformista" capeggiata da Facundo Guardado stava portando il
partito verso la scissione, entrando decisamente in rotta con la cosiddetta
"ala dura" (l'altra parte della dirigenza composta dagli ex-combattenti di
area "social-rivoluzionaria"), stigmatizzata come troppo conservatrice e
quindi incompatibile con la modernità e la democrazia. Del resto, un po'
ovunque nel mondo, quelle organizzazioni che in passato erano stati
movimenti rivoluzionari o guerriglie popolari stavano attraversando analoghi
processi di "rinnovamento" (o per meglio dire di "mutazione genetica"),
trasformandosi a loro volta in partiti politici con orientamenti molto
lontani dalle loro posizioni di partenza.
In Salvador Joaquin Villalobos, anch'egli ex-comandante del FMLN, da molti
considerato uno stratega eccellente e un uomo di grandi doti politiche, una
volta deposte le armi si lasciò sedurre dalle sirene della politica,
tradendo completamente i suoi principi rivoluzionari. Dopo una breve
esperienza ad Oxford, dove gli fu offerta una cattedra, tornò in patria per
fondare un piccolo partito filo-statunitense, stretto alleato della destra
salvadoregna.
Più tardi, anche Facundo Guardado finì per fare il gioco delle destre. Ad un
certo punto della campagna elettorale, il leader "rinnovatore" arrivò ad
essere definito un "buon rivoluzionario" da quella destra che, per ovvie
ragioni di opportunità politica, non perdeva occasione per favorire con ogni
mezzo il processo riformatore all'interno del Frente, sperando così in una
sua provvidenziale "spaccatura".
Ma l'intento destabilizzatore era destinato a fallire miseramente. Il FMLN
cresceva insieme ai suoi militanti proprio perché riusciva nel tempo,
nonostante le sue contraddizioni interne, a tener fede ai suoi principi d'
origine. Ben presto, infatti, la linea ortodossa tornò ad imporsi come
maggioranza, e mentre l'astro di Facundo Guardado tramontava
definitivamente, la popolarità di personaggi come Handal, rimasti ligi alla
linea d'un tempo, continuava a rimanere integra.
Schafik rimase a lungo il deputato più caro ai settori popolari, ma anche il
più calunniato dai media e da una larga parte della destra salvadoregna. Di
conseguenza, la fama di rivoluzionario "ortodosso" ed intransigente che si
era ritagliato nel corso degli anni lo portò ad essere stimato anche all'
estero come uomo d'azione e - al tempo stesso - come ideologo, grazie
soprattutto ai lucidi interventi in occasione delle molteplici conferenze
internazionali a cui partecipò come membro della delegazione del FMLN.
Hugo Chavez, il presidente del Venezuela, ha scritto di recente alla vedova
Handal una lettera molto commovente e piena di ammirazione per il compianto
"Comandante Schafik". Anche Fidel Castro non ha mai nascosto di aver stretto
con Handal una profonda amicizia; il messaggio di condoglianze del
presidente cubano aggiungeva che "Cuba si sente orgogliosa di aver avuto
Schafick Handal tra i suoi più generosi e combattivi amici. Il mondo rende
omaggio a chi ha sempre vissuto con dignità, fedele ai principi di libertà e
di giustizia sociale, senza mai tirarsi indietro".

Andrea "Chile" Necciai

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venerdì, aprile 14, 2006

Un'attesa lunga 500 anni.
Bolivia: la mobilitazione popolare alla base della vittoria di Evo Morales.

L'America Latina torna a sperare. Dopo i progressi iniziali dell'ALBA di
Hugo Chavez e l'affermazione di forze progressiste al governo in molte
nazioni sudamericane, è arrivata l'ora della Bolivia. Il paese più povero
dell'America latina, il cui spirito indomito non è stato ancora fiaccato da
cinque secoli di vessazioni subite dallo sfruttatore di turno, ha deciso di
cambiare rotta affidando il timone a Evo Morales, leader carismatico del MAS
(Movimento per il Socialismo).
Il successo elettorale ottenuto dalla coalizione izquierdista, che al primo
turno aveva già superato il 51% dei voti, è stato un trionfo senza
precedenti; anzi, il risultato delle elezioni boliviane ha quasi del
miracoloso, se si tiene conto dell'ostruzionismo esercitato dai media
televisivi - CNN in testa - e della campagna d'odio scatenata contro il MAS
da parte dell'oligarchia dominante.
La scalata al potere di Evo Morales, indigeno di umili origini, ha radici
molto lontane nel tempo. La lotta di Evo per i diritti degli indios comincia
dalle piantagioni di coca del Chapare con l'impegno a favore dei contadini
sfruttati ed esclusi dall'iniqua distribuzione della ricchezza, prosegue con
la lunga militanza nel sindacato dei cocaleros, per giungere finalmente sul
più alto gradino istituzionale.
Ma il sogno di "Evo presidente" non si sarebbe mai realizzato senza la lotta
degna e coraggiosa di migliaia di indigeni, passata alla storia come "Guerra
dell'Acqua", che a partire dal 2000 cominciava lentamente a sgretolare quel
potere politico-economico "imposto vent'anni or sono dall'impero e dal
capitale finanziario internazionale con la complicità dei partiti politici
tradizionali e della destra".* Da questo punto di vista, la storica "svolta
a sinistra" può essere considerata la naturale conseguenza del ciclo di
mobilitazioni popolari per la difesa del libero accesso alle fonti idriche
del paese; un diritto primordiale minacciato dal tentativo di un consorzio
di multinazionali di impossessarsi degli acquedotti situati nella regione di
Cochabamba. Le rivolte per l'acqua ebbero pieno successo giacché, dopo la
morte di cinque persone ed il ferimento di altre centinaia tra i
manifestanti, il popolo di Cochabamba riuscì infine a cacciare il consorzio
"Aguas del Tunari" (a cui appartengono - tra le altre - l'impresa
statunitense Bechtel e l'italiana Edison) e a riappropriarsi dell'azienda
municipale.
Tuttavia, la stagione delle lotte conobbe il suo apice sul finire del 2003.
Ondate di scioperi e proteste popolari attraversarono nuovamente la Bolivia,
in seguito alla decisione assunta dal governo in carica di svendere il gas -
risorsa di cui il paese andino ancora abbonda - alle compagnie straniere. L'
entrata in vigore dell'infausta Ley de Hidrocarburos, un autentico regalo
per le multinazionali, costò la testa al presidente Sanchez de Losada (detto
"el gringo" per l'eccessiva deferenza verso gli Stati Uniti), costretto
frettolosamente a lasciare il suo paese di fronte ad un clima di violenza
crescente che egli stesso aveva contribuito ad alimentare autorizzando l'uso
della forza contro i manifestanti.
Rafforzato da tante esperienze di lotta, il movimento spontaneo denominato
"Coordinadora en defensa del agua y de la vida", insieme ad un variegato
schieramento di altre forze sociali, è riuscito negli ultimi sei anni a
condizionare l'agenda politica del paese vincolandola alla realizzazione di
una serie di riforme considerate necessarie, se non addirittura impellenti:
1) Riappropriazione del patrimonio comune attraverso la nazionalizzazione
del gas e delle fonti idriche, ovvero le due principali risorse che
continuano a far gola agli investitori stranieri.
2) Assemblea costituente su base popolare, senza ingerenze da parte dei
partiti.
3) Riforma agraria per consentire finalmente una più equa distribuzione
della terra.
4) Fine dell'impunità per i responsabili dei delitti politici e di lesa
umanità contro il popolo e gli esponenti della società civile boliviana.
Guidata da questi precisi orientamenti, la coalizione di Evo Morales si
appresta dunque a varare il nuovo piano di governo, sotto l'occhio vigile
della destra messa nell'angolo dalla mobilitazione popolare ma pur sempre
pericolosa, potendo ancora contare sull'appoggio "in risorse materiali e
intellettuali delle multinazionali e dell'imperialismo statunitense, mentre
continuano a restare in vigore le sue leggi di manipolazione, che hanno
stabilito e consacrato la gerarchia sociale escludente e razzista garantendo
lo sfruttamento".* Oltre alla destra tradizionale, c'è in agguato un altro
nemico da cui la stessa società civile boliviana dovrà guardarsi; si tratta
di quella forza sociale - oscura ed amorfa - formata dai tecnocrati caduti
in disgrazia con la fine del vecchio regime (ma sempre pronti a riciclarsi
con il nuovo) e dai nuovi arrivisti della politica. Entrambi considerano l'
ascesa al governo del MAS una ghiotta opportunità per ottenere posti di
spicco nell'apparato statale.
Nonostante tutte le insidie e le contraddizioni insite nell'esercizio del
potere, l'esecutivo in carica dovrà sforzarsi di mettere in pratica il
principio del "comandare obbedendo"- come dicono gli zapatisti -,
rispondendo al bisogno di giustizia di tutti quei boliviani che, organizzati
e mobilitati dal basso, "non saranno mai più disposti a lasciare che
qualcuno li inganni, né che amministri o negozi le loro conquiste".*



Andrea "Chile" Necciai


"Ora non rimane che lottare per l'unità latinoamericana, ricostruire il
Tahautinsuyo, la Patria Grande di Bolivar, per ottenere una vita migliore".
Evo Morales


Note:
* "Evo presidente" di Oscar Olivera ("Coordinadora en defensa del agua y de
la vida" di Cochabamba) - da Carta Etc n°2, marzo 2006.

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lunedì, febbraio 20, 2006

La scuola degli assassini

SOA 1946-2006: sessant’anni di crimini sotto silenzio.         

Dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, molti cittadini statunitensi si saranno rivolti domande come queste: “Cosa abbiamo fatto per essere tanto odiati?”, oppure “Com’è possibile che ci sia accaduto tutto questo?”. Con ogni probabilità, molte delle increduli vittime del terrorismo di Stato “a stelle e strisce” si sono poste in passato le stesse domande. E non c’è dubbio, inoltre, che migliaia di persone innocenti in ogni parte del mondo continuino ad essere coinvolte nelle cosiddette operazioni di “controinsorgenza” - o di “guerra sporca” - di matrice nordamericana.

“In America Latina - racconta la fotoreporter statunitense Linda Panetta, inviata di guerra negli anni 80 e 90 in Centroamerica - ogni persona che il nostro governo ha ritenuto una minaccia (leader sindacali, religiosi, vescovi, capi di stato, bambini maya) è stata etichettata come comunista, individuata ed uccisa. Oggi la minaccia “comunista” sembra essersi dissolta come un brutto sogno, ma un nuovo spauracchio “terrorista” è emerso dai cassetti per rinverdire paure e far impallidire una nazione terrorizzata.”*

Negli ultimi sessant’anni, una struttura militare degli Stati Uniti si è distinta più di altre per essersi prestata a diventare “palestra di addestramento” di spietati assassini, dittatori e terroristi. Si tratta della tristemente nota SOA, o “School of Americas”, originariamente costruita a Panama nel lontano 1946, e successivamente trasferitasi in Georgia dopo l’abbandono del Canale da parte delle autorità statunitensi. Nonostante i cambiamenti subiti fino ad oggi la SOA , chiamata sarcasticamente per le sue nefandezze “School of assassins” e in seguito anche “Scuola di golpe”, ha continuato a sfornare diplomati perfettamente addestrati nel “seminare morte e terrore, attraverso la deportazione e la sparizione di centinaia di migliaia di persone in America Latina.”*

Dalla sua fondazione – avvenuta, come detto, nell’immediato dopoguerra – sono stati oltre 60.000 i militari latinoamericani formati nella prestigiosa accademia. Successivamente, negli anni della Guerra Fredda, l’ossatura di tutti gli eserciti latinoamericani fu costruita proprio attingendo dal florido “vivaio” della SOA. I suoi neo-diplomati si sarebbero presto dimostrati all’altezza dei loro compiti, spesso coadiuvati da consiglieri militari statunitensi a cui era affidata la supervisione delle operazioni militari e di polizia politica nel turbolento scacchiere dell’America latina.

La lunga lista dei licenciados usciti dalla SOA comprende tra gli altri gli ufficiali Rios Montt, Lucas Garcia e Hector Gramajo, tutti accusati di genocidio contro il popolo guatemalteco. Il piano da loro denominato “Tierra razada” [“Terra bruciata”] provocò la morte di decine di migliaia di civili in 627 massacri (accertati) nel periodo della dittatura militare capeggiata dallo stesso Montt. In totale le vittime del conflitto guatemalteco, secondo il rapporto della Commissione Onu per le chiarificazioni storiche (CEH), ammontano a oltre 200.000 tra morti e desaparecidos. Il rapporto evidenzia pure che l’addestramento ricevuto alla School of Americas “aveva una relazione significativa con la violazione dei diritti umani compiuta durante il conflitto armato”.

Non molto distante dal Guatemala, nel Nicaragua del dittatore Somoza, il corpo ufficiali della Guardia Nazionale – principale responsabile del mantenimento dello stato di polizia sotto il quale fu costretta a vivere per decenni la popolazione nicaraguense – era in larga parte composto da cadetti della SOA. Nel 1979 dopo l’avvento al potere dei sandinisti, molti di loro confluirono nei reparti dei “Contras”, l’esercito mercenario armato e finanziato dalla Cia e da altre fonti occulte. Negli anni di spaventosa guerra civile che seguirono, i Contras si segnalarono come i peggiori violatori di diritti umani, perpetrando ovunque torture, massacri di civili, devastazioni e saccheggi.

La storia del massacro di El Mozote, avvenuto in El Salvador nel 1981, può essere citata come modello - tra migliaia di altri fatti analoghi accaduti - della strategia di controinsorgenza messa in atto dagli Usa e dai governi centroamericani loro “subalterni” dall’inizio degli anni settanta fino alla fine del novecento. Strategia basata, in zona di guerra, sulla persecuzione e lo sterminio di intere comunità di civili, ritenute preziose fonti di sostentamento per la guerriglia e i movimenti in lotta per il cambiamento sociale. Ripensando al recente passato, lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che “per anni i manuali di addestramento usati alla SOA avevano sostenuto la pratica di esecuzioni, torture, ricatti. Alcuni dei manuali raccomandavano di individuare quelli che appoggiavano l’organizzazione o il reclutamento sindacale, simpatizzavano con i dimostranti degli scioperi e accusavano il governo di aver fallito nel compito di andare incontro alle necessità fondamentali della popolazione.”*

Rufina Amaya, una donna tra le poche sopravvissute all’eccidio di El Mozote, ricorda ancora oggi con l’orrore negli occhi come, nascosta dietro ad un cespuglio, aveva assistito impotente all’esecuzione dei circa 900 abitanti del villaggio (inclusi il marito e i suoi quattro bambini). “I soldati stupravano le donne e lanciavano in aria i neonati per infilzarli con le baionette per puro divertimento. Intanto gli uomini erano stati torturati e poi ammassati in chiesa insieme a molti bambini. I soldati ne avevano già eliminati molti a raffiche di mitra, quando alcuni bambini protetti dai corpi degli adulti cominciarono ad urlare. Allora i soldati uccisero anche loro, incendiando la chiesa. […] Alla fine ho desiderato anch’io di morire […] ma implorai Dio di risparmiare la mia vita affinché le voci di quelli che erano stati brutalmente massacrati non fossero dimenticate, perché il loro pianto continuasse a vivere in me e la verità non rimanesse nascosta”. Anche in questo caso, dieci dei dodici responsabili del massacro erano stati addestrati alla SOA.

Più recentemente negli Stati meridionali messicani, dopo l’entrata in vigore del Nafta [il trattato di libero commercio fra Stati Uniti, Canada e Messico], le operazioni militari di presidio sono considerevolmente aumentate di numero e intensità. L’incremento di queste attività di guerra di bassa intensità - che hanno visto ancora una volta coinvolti contingenti provenienti dalla SOA in funzione controinsurrezionale - si deve soprattutto alla sollevazione zapatista del Chiapas, giudicata dai governi e dagli investitori interessati un fastidioso ostacolo all’applicazione del Nafta. Tra gli ufficiali che ordinarono la strage di Acteal (eseguita il giorno di Natale del 1997) figurano, ancora una volta, ex-membri della SOA.

Crimini feroci come quelli consumati in Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Messico o Colombia testimoniano che tali barbarie non sono semplicemente l’opera di alcune “schegge impazzite” dell’esercito, o di gruppi di uomini in divisa particolarmente sadici; fanno parte piuttosto di una specifica strategia del terrore messa in atto dalle forze armate per suscitare paura, sofferenze ed umiliazioni. Il tutto con il placet della Cia e del Pentagono.

Anche se la giustizia non ha quasi mai seguito il suo corso lasciando molti dei responsabili impuniti, negli Stati Uniti non tutti ignorano questi orribili fatti, o si dimostrano indifferenti. Il 21 novembre 1999, decimo anniversario dell’omicidio dei sei padri gesuiti di San Salvador, gli attivisti che si battono per la chiusura della Scuola riuscirono a riunire poco fuori la sua sede di Fort Benning più di 12.000 persone, in una manifestazione che è stata definita “uno dei più grandi atti di disobbedienza civile della storia degli Stati Uniti”. Il corteo era preceduto da militanti pacifisti che portavano bare e croci con incisi i nomi di alcune vittime dei diplomati della SOA.

Nel 2002 anche Amnesty International ha fortemente insistito per la chiusura del complesso SOA/WHISC, invocando la creazione di una commissione verità che porti finalmente alla luce il legame esistente tra l’addestramento militare impartito nella Scuola e le atrocità commesse dai suoi allievi, senza con ciò dimenticare la complicità delle istituzioni governative.

Inutile dire che anche questo autorevole appello è rimasto finora inascoltato.

 

Andrea “Chile” Necciai

 

 

 

“Noi che abbiamo una voce dobbiamo parlare per coloro che non ce l’hanno”.
Mons. Oscar Arnulfo Romero

Note:
* da “SOA: School of Americas, la fabbrica dei gorilla” di Linda Panetta – Latinoamerica n°90/91.

 

 

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lunedì, febbraio 20, 2006

Lula nella bufera

Brasile: malcostume e corruzione travolgono il Pt.

 

 

La crisi istituzionale brasiliana ha toccato in questi mesi il suo apice. La scoperta dei recenti casi di corruzione all’interno del Pt (Partito dei Lavoratori), la principale compagine dell’establishment del presidente Ignacio Lula da Silva, ha provocato un vero e proprio terremoto politico, gettando nello sconforto tutti coloro che avevano riposto più di una speranza nel vento di rinnovamento di Porto Alegre e intravisto nell’esperienza di governo brasiliana una valida risposta alle forme burocratiche di organizzazione-partito del passato.

Nel 2002 Lula è stato eletto presidente contando sul sostegno di ampi settori popolari e di sinistra del Paese (dai “senza terra” al sindacato, dagli ecologisti ai gruppi politici di orientamento socialista), ma non solo. L’ex leader dei metalmeccanici ha vinto anche grazie al contributo decisivo della borghesia e degli interessi economici nazionali “che rifuggivano dal Trattato Alca di unificazione economica dell’intero continente americano sotto l’egida del dollaro e della potenza degli Stati Uniti. In Brasile anche i capitali interni cercavano una risposta al fallimento del neoliberismo e riconoscevano in Lula il personaggio politico che poteva unificare radicalità di orientamenti strategici con moderazione tattica.” * 

Fin da subito alle speranze di un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più poveri, attraverso il piano denominato “Fame Zero”, si sono aggiunte le difficoltà per la stabilità dell’assetto economico-finanziario del colosso industriale brasiliano, da sempre sottoposto all’indebitamento verso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Questo ha fatto sì che l’azione di governo di Lula, almeno in un primo tempo, si sia concentrata più sul problema dell’equilibrio finanziario dei conti che sulla risoluzione dei problemi sociali in cui si trova coinvolta la nazione: la questione agraria che rende necessaria una più equa distribuzione della terra (vedi le rivendicazioni del movimento dei “Sem Terra”) e l’aumento della povertà e dell’esclusione sociale.

A lungo andare, i ritardi nella realizzazione dei piani riformatori promessi dal governo hanno contribuito ad incrinare i rapporti tra il presidente e la sua base elettorale (anche all’interno dello stesso Pt), con una conseguente caduta di consenso popolare. La fragilità della democrazia brasiliana è poi emersa in tutta chiarezza quando sono scoppiati i primi scandali di malaffare. Lo scorso 11 luglio il deputato dell’opposizione Ramos da Silva, esponente del Partito del Fronte Liberale (PFL) è stato scoperto con alcune valigette piene di denaro ricevuto da dirigenti del Pt.

Dopo accurate indagini è venuta a galla tutta la verità sui casi di “compravendita” dei parlamentari dell’opposizione, convinti a suon di reais a cambiar casacca approdando nelle file della risicata maggioranza parlamentare che sostiene Lula al governo. Ecco spiegata l’insolita transumanza che da due anni a questa parte ha fatto cambiare colore politico a ben 124 deputati, che ora siedono sui banchi della maggioranza. Ma non finisce qui. Col passare dei mesi, i periodici brasiliani hanno reso noti altri inquietanti episodi di corruzione che riguardano i tesorieri del Pt, sempre più avidi nell’incassare tangenti in cambio della concessione di licenze pubbliche o di sgravi economici ai richiedenti.

I sospetti di corruzione giungono molto in alto negli ambienti del Pt, fino a lambire la figura dello stesso Lula - che tuttavia si è sempre dichiarato estraneo a qualsiasi coinvolgimento nella vicenda -, minando gravemente la sua personale fama di leader moralmente integerrimo. Messo con le spalle al muro dal clamore degli scandali, il presidente brasiliano non ha potuto far altro che avviare un processo di epurazione per eliminare le “mele marce” dal suo partito. Repentinamente sono stati destituiti il segretario generale e il tesoriere del Pt, insieme al ministro José Dirceu (braccio destro di Lula fino all’esplosione della questione morale in seno al governo), anch’egli costretto a rassegnare le dimissioni.

Anche se colpito nella credibilità della sua immagine, a causa di molti suoi funzionari disonesti e delle loro perverse logiche di potere, il Partido dos Trabalhadores rimane pur sempre il principale referente dei partiti popolari e, attualmente, l’unico ancora in grado di influenzare le scelte del governo verso prospettive di giustizia e progresso sociale. “Come cittadino, - afferma lo scrittore brasiliano Frei Betto, esponente della Teologia della Liberazione - constato che il ruolo del Pt è imprescindibile per il futuro del Paese. Se questo partito dovesse essere spazzato via insieme ai suoi dirigenti sospettati o colpevoli di corruzione, a quale altro orizzonte potrebbero rivolgere le proprie speranze i poveri?”. Nessuno tra gli altri partiti progressisti potrebbe oggi sostituirsi al Pt per rappresentare sul terreno politico le istanze delle classi popolari. Anche per questo motivo il Partito dei Lavoratori deve essere salvato dal rischio di estinzione, depurandosi però dalle scorie che ne stanno avvelenando l’integrità morale. E’ in gioco il futuro della democrazia brasiliana.

 

Andrea “Chile” Necciai

 

 


Note:

 

* da “I dolori di Lula” di Aldo Garzia, rivista “Aprile” – settembre 2005.

 

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