"San Romero de America".
Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.
Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".
Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.
In quegli anni di Guerra Fredda
Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.
Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.
Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.
Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro
Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".
Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del
Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.
A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.
Andrea Necciai.
“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”
Oscar Arnulfo Romero
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