venerdì, giugno 20, 2008

"San Romero de America".

Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto.

 

Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.

Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".

Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.

In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la "contaminazione comunista", dopo l'esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l'area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.

Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.

Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.

Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.  

Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.

La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.

Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".

Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant'Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.

Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.

A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

 

Andrea Necciai.

 

“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

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lunedì, aprile 21, 2008
Il Vaticano dopo 28 anni riabilita mons. Romero, un vescovo scomodo. Il 24 marzo 1980 il vescovo del Salvador fu assassinato dalle squadre della morte sull’altare della catterale di San Salvador. Da allora, tombale il silenzio del Vaticano. Romero fu uno dei tanti preti assassinati, nei 12 anni di guerra civile, dall’esercito salvadoregno (addestrato negli USA di Reagan) e dagli squadroni della morte del maggiore Roberto D’Aubuisson (finanziati dagli USA), l’uomo che ordinò e forse eseguì la condanna a morte del «vescovo dei poveri» (nato da una famiglia dell’oligarchia terriera salvadoregna, e quindi due volte traditore). A pochi giorni dall’anniversario dell’uccisione di Romero, il 24 marzo, con due articoli l’Osservatore romano, per la prima volta in 28 anni, ha fatto l’audace passo. “Oscar Romero, un vescovo fedele al suo popolo”, a firma del vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, che è anche il postulatore della causa di beatificazione e “La vicinanza di Paolo VI e papa Wojtyla” di Carlo Di Cicco, vicedirettore del giornale vaticano. Romero, un mese prima di essere ucciso, disse: «Quando una dittatura attenta gravemente ai diritti umani e al bene comune della nazione, e si chiudono i canali di dialogo, di comprensione, di razionalità... allora la Chiesa parla di legittimo diritto alla violenza insurrezionale» (parole riportate nel libro uscito da poco, di Claudia Fanti, dedicato al Salvador di monsignor Romero). Diceva un altro monsignore accusato di essere «comunista», il brasiliano don Helder Camara: se dò da mangiare a un affamato, mi dicono che sono santo, se gli spiego perché non ha da mangiare, mi dicono che sono comunista. Sull’Osservatore romano anche un terzo articolo firmato da monsignor Luigi Bettazzi, non direttamente dedicato a Romero ma a Marianela Garcia-Villas, «l’avvocata dei poveri» amica di Romero, una cattolica anche lei della «buona borghesia» salvadoregna, presa, torturata, violentata e assassinata dai militari il 13 marzo 1983. Romero, scrive il vescovo emerito di Ivrea, «evangelicamente condannava ogni violenza, anche se riconosceva che non poteva mettere sullo stesso piano la violenza di chi voleva in tal modo approfondire e perpetuare la propria condizione di privilegio economico e politico, nello sfruttamento legalizzato delle grandi masse popolari, e la violenza di chi, esasperato e sfiduciato da una situazione di violenza strutturale che opprime insopportabilmente la stragrande maggioranza della popolazione, non vede altra strada d’uscita che quella di una momentanea, inevitabile violenza rivoluzionaria...».
www.rivistaindipendenza.org
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venerdì, marzo 07, 2008
Alla mercè del TLC
Come neoliberismo e turbocapitalismo stanno dissanguando il “Pollicino d’America”.

Il Paese più piccolo e più densamente popolato dell’America Latina (quasi 5 milioni di abitanti in un territorio grande come il nostro Piemonte, più altri 2 milioni già emigrati negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro), un passato recente insanguinato da una guerra civile senza vincitori e con molti sconfitti, un presente inesorabilmente segnato da povertà e sfruttamento. In El Salvador l’orologio del progresso sociale è fermo da più di mezzo secolo.

Se ai più questa nazione non riesce ad offrire una pur minima opportunità di dignitosa sopravvivenza, per altri rappresenta ancora un’ottima fonte di investimento e ricchezza. Da alcuni anni per effetto degli accordi sul libero commercio (o TLC), le grandi corporation degli Stati Uniti sfruttano l’occasione per realizzare enormi profitti - soprattutto nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia - , dopo aver acquisito le decotte aziende pubbliche a costi stracciati ed averle riconvertite in efficienti macchine per far soldi. E in prospettiva di un’evoluzione del TLC in tutta l’area centroamericana, la privatizzazione di servizi come la scuola, la fornitura d’acqua e di energia elettrica proseguirà - con ogni probabilità - fino al suo totale completamento, portando ad un progressivo aumento delle tariffe delle utenze. Secondo le previsioni più accreditate questo succederà tra breve, mentre è già un fatto che in soli quattro mesi la “canasta basica”, il paniere dei prodotti di prima necessità (come mais, riso e fagioli) ha fatto registrare aumenti dei prezzi del 50%, trainati anche dal continuo rialzo del petrolio.

Spalleggiati da un sistema di regole a loro del tutto favorevole, imprenditori di tutto il mondo possono costruire in El Salvador i loro impianti industriali beneficiando di agevolazioni - non solo di natura fiscale - concesse dal governo, senza essere obbligati a comprare le materie prime in Centroamerica, pagando misere retribuzioni e trattenendo per loro tutti i profitti. Incapaci di competere con i Golia stranieri, moltissime piccole e medie imprese nazionali (soprattutto del settore tessile e caseario) si trovano costrette a chiudere i battenti con pesanti ricadute negative sui livelli occupazionali.

La disoccupazione, incubo di moltissimi giovani, va aumentando nelle città come nelle zone rurali, aggravata dai licenziamenti di massa attuati dalle imprese pubbliche in corso di ristrutturazione o di privatizzazione; la verità è che la maggior parte della forza lavoro attualmente occupata trova impiego soltanto nel settore del cosiddetto “lavoro informale”, caratterizzato da un’alta “flessibilizzazione”, bassissimi salari e assenza di garanzie sindacali anche minime, o di copertura sanitaria. Alle donne, i soggetti più deboli della società salvadoregna, spettano quasi sempre i lavori più umili e faticosi - nei campi o nelle maquilas, gli enormi stabilimenti tessili o di elettronica che prosperano in tutto il Centroamerica grazie allo sfruttamento e ai salari da fame -, perché sono proprio loro a doversi prendere carico del mantenimento famigliare dopo essere state abbandonate dai loro coniugi, come accade in svariati casi.

In El Salvador, un altro modo per sbarcare il lunario è il piccolo commercio. Un esercito di venditori di strada abusivi affolla le principali città alla ricerca di una fonte di reddito alternativa al lavoro “tradizionale”, ormai introvabile per i più. Così, camminando per le caotiche ed irrespirabili calles della capitale, si possono incontrare ovunque banchi di vendita improvvisati dove è possibile trovare di tutto: dagli alimentari ai dvd pirata offerti a un dollaro.

Ma non finisce qui. L’introduzione del TLC con gli Stati Uniti ha avuto e sta avendo effetti devastanti soprattutto nel settore agricolo, a causa dell’inondazione sui mercati locali dei prodotti alimentari nordamericani, molto più competitivi grazie al loro minor costo e alle sovvenzioni governative di cui possono godere gli agricoltori e gli allevatori statunitensi. Tutto ciò si traduce, in termini sociali, nella disperazione di migliaia di contadini e di piccoli agricoltori falliti, ai quali non resta altra scelta che abbandonare le loro case e i loro appezzamenti di poche manzanas di terra in cerca di miglior fortuna nelle grandi città.

Grazie a questa sua spregiudicata politica economica nei confronti dei vicini centroamericani, il governo degli Stati Uniti può così passare all’incasso dei benefici politici derivanti dal consolidamento degli ultimi TLC. In questo modo la Casa Bianca avrà, di fatto, più controllo sulle già indebolite economie della regione e sui loro docilissimi governi; senza contare che avendo già stabilito una “testa di ponte” in Centroamerica, avrà in futuro buon gioco ad imporre analoghi trattati al resto del continente americano (Chavez & Co. permettendo).

Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali ed amministrative del 2009, in Salvador la lotta politica si fa, mese dopo mese, sempre più accanita. Lo stesso ARENA, il partito di estrema destra che governa dalla fine della guerra (1992), è lacerato da dissidi interni tra le varie correnti politiche che aspirano al mantenimento del potere, tra cui la mai decaduta casta militare, la vecchia oligarchia dei terratenientes, e le nuove lobbies economico-finanziarie legate alla new economy.

Sull’altro versante il FMLN sembra godere di più coesione, dopo la scelta dei due candidati alla Presidenza, Mauricio Funes e Salvador Sanchez Cerén. Il primo è un ex-commentatore televisivo con una visione politica “moderata e progressista”, molto popolare grazie alle sue inchieste giornalistiche di denuncia; l’altro, candidato alla vice-presidenza, con il suo passato da comandante guerrigliero rappresenta invece la corrente più radicale e più a sinistra del partito.

Per il FMLN l’occasione è più che mai propizia: sarà dunque il 2009 l’anno del cambio? Se sarà capace di proporsi come forza di governo, il FMLN riuscirà ad ostacolare il consolidamento di un sistema economico, voluto ed imposto dai gringos e dalle multinazionali, che sta lentamente riducendo in miseria la stragrande maggioranza dei salvadoregni?


Andrea Necciai
El Salvador, febbraio 2008

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