lunedì, settembre 29, 2008
La destabilizzazione della Bolivia e l’”opzione Kosovo”
di Michel Chossudovsky

La secessione delle province orientali della Bolivia fanno parte di un’operazione coperta direttamente dagli USA, coordinata dal dipartimento di Stato statunitense in coordinamento con le sue agenzie di intelligence.
Secondo le rivelazioni, “l’USAID - Ufficio per Iniziative di Transizione” ha una sede che opera in Bolivia e manovra milioni di dollari per addestrare e appoggiare i governi regionali e i movimenti d’opposizione di destra [1]. Gli squadroni della morte responsabili dell'uccisione dei sostenitori di Evo Morales de “El Porvenir”, sono appoggiati dagli Stati Uniti, che sostengono anche vari gruppi di opposizione attraverso il Dipartimento Nazionale per la Democrazia [National Endowment for Democracy].

Philip S. Goldberg, l’ambasciatore statunitense espulso, lavora agli ordini del vicesegretario di Stato John Negroponte, che supervisiona direttamente le varie “attività” delle ambasciate statunitensi in tutto il mondo. A questo riguardo, Negroponte svolge un ruolo molto più importante della segretaria di Stato Condoleeza Rice. E’ noto come uno dei principali artefici dei cambi di regime e dell’appoggio coperto agli squadroni della morte paramilitari in America Centrale e in Iraq.
Le direttive di Philip S. Goldberg come ambasciatore in Bolivia furono di provocare la secessione nel paese. Prima della sua nomina ad ambasciatore - inizio 2007 - è stato capo della commissione statunitense a Pristina, in Kosovo (2004-2006), ed era in permanente contato con i dirigenti del paramilitare Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che dopo l’occupazione da parte della Nato, nel 1999, era stato integrato da politici civili.

Appoggiato dalla CIA, il KLA, i cui dirigenti sono ora al governo kosovaro, è noto per i suoi legami con il crimine organizzato e il narcotraffico. In Kosovo, Goldberg fu implicato nella creazione delle condizioni per la secessione del Kosovo dalla Serbia, portandolo alla creazione di un governo kosovaro “indipendente”
. Negli anni 90’ Goldberg aveva già svolto un ruolo di primo piano nella disintegrazione della Yugoslavia. Dal 1994 al 1996 è stato responsabile dell’ufficio di Bosnia del dipartimento di Stato; ha anche lavorato con l’inviato speciale di Washington, Richard Holbrooke, ed ha svolto un ruolo chiave come capo della squadra di negoziazione statunitense a Dayton, dove si stabilirono gli Accordi di Dayton del 1995. Quegli accordi condussero alla divisione della Bosnia-Erzegovina, scatenando la destabilizzazione e la distruzione della Yugoslavia come nazione. Nel 1996 Goldberg ha lavorato come assistente speciale del vice segretario di Stato, Strobe Talbott (1994-2000), che insieme alla segretaria di Stato, Madeleine Albright, ha avuto un ruolo determinante nello scoppio della guerra di Yugoslavia nel 1999.

Il ruolo centrale di John Negroponte

Il vice-segretario di Stato, John Negroponte, svolge un ruolo centrale nella direzione d’operazioni coperte. E’ stato ambasciatore statunitense in Honduras dal 1981 al 1985. A Tegucigalpa, da ambasciatore, ha diretto i mercenari nicaraguensi - i “contras” - che avevano la base in Honduras. Gli attacchi al Nicaragua attraverso la frontiera honduregna costarono la vita a circa 5.000 civili. Nello stesso periodo, Negroponte ha pure svolto lo steso ruolo nella creazione degli squadroni della morte militari honduregni, che “operando con l’appoggio di Washington assassinarono centinaia di oppositori del regime sostenuto dagli Stati Uniti” (Si veda “Bush Nominee linked to Latin American Terrorism”, Bill Vann,):

“Sotto il comando del generale Gustavo Álvarez Martínez, il governo militare dell’Honduras fu un fedele alleato dell’amministrazione Reagan e fece “sparire” decine di oppositori politici nella classica maniera degli squadroni della morte”.
(Si veda: “Face-off: Bush's Foreign Policy Warriors”, Peter Roff y James Chapin, http://www.globalresearch.ca/articles/ROF111A.html)
Questo passato, non ha certo impedito la sua nomina a Rappresentante Permanente degli USA alle Nazioni Unite, durante l’amministrazione Clinton.

L’opzione “El Salvador”
Nel 2004 Negroponte è stato nominato ambasciatore in Iraq, dove ha curato le “condizioni di sicurezza” per l’occupazione statunitense, ispirata al modello degli squadroni della morte centroamericani. Vari scrittori hanno chiamato questo progetto la “Opzione El Salvador”.
Durante la sua permanenza a Baghdad, Negroponte ha nominato assistente in questioni di sicurezza l’ex capo delle operazioni speciali in El Salvador. Negli anni '80 entrambi furono stretti collaboratori in America Centrale. Mentre Negroponte si occupava di mettere in moto gli squadroni della morte in Honduras, il colonnello Steele era incaricato del Gruppo di Assistenza Militare statunitense in El Salvador (1984-86) “dove era responsabile dello sviluppo di forze operative speciali a livello di brigata in pieno conflitto. Queste forze, composte dai soldati più brutali di cui si disponeva, erano una copia del tipo di quelle piccole unità con cui aveva già famigliarità Steele, dopo aver servito in Vietnam. Il compito di quelle, più che di cercare di guadagnare terreno, era di colpire i dirigenti delle forze ribelli, chi li appoggiava, le fonti di approvvigionamento e gli accampamenti base” (Max Fuller, “Fro Iraq, “The Salvador Option” becomes reality”, Global Research, junio de 2005, [2])

In Iraq, Steele “fu incaricato di lavorare con una nuova unità speciale irachena di controguerriglia nota come “Comandi Speciali di Polizia”. In questo contesto, l’obiettivo di Negroponte era fomentare le divisioni etniche e le lotte interne con attacchi terroristici coperti contro la popolazione civile irachena.
Nel 2005 Negroponte è stato nominato Presidente della Giunta Direttiva dell’Intelligence Nazionale e dopo il 2007 ha assunto il secondo posto nel dipartimento di Stato.

L’opzione “Kosovo”: Haití
Non è la prima volta che per appoggiare paramilitari terroristi si applica il “modello Kosovo” in America del Sud.
Nel febbraio del 2003, Washington ha reso nota la nomina di James Foley come ambasciatore a Haití. Gli ambasciatori Goldberg e Foley facevano parte della stessa “squadra diplomatica”. Foley è stato il portavoce del dipartimenti di Stato dell’amministrazione Clinton durante la guerra del Kosovo. Fu implicato nel primo periodo di sostegno all’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA). E’ ampiamente documentato che il KLA è stato finanziato con il denaro proveniente dalla droga e appoggiato dalla CIA (Si veda Michel Chossudovsky, “Kosovo “Freedom Fighters” Financed By Organised Crime, Covert Action Quarterly”, 1999 [3] )

Durante la guerra del Kosovo l’allora ambasciatore a Haiti, James Foley, era stato in prima fila delle sessioni informative del dipartimento di Stato e lavorava a stretto contatto col suo omologo della Nato a Bruxelles, Jamie Shea. Appena due mesi dopo gli attacchi della guerra diretta dalla Nato, il 24 marzo 1999, James Foley aveva fatto un “appello” per trasformare il KLA in un’organizzazione politica rispettabile. “Vogliamo avere buoni rapporti con loro [il KLA] visto che si sono trasformati in un’organizzazione politica.. Crediamo di poter fornire molti consigli e aiuti se si trasformano precisamente nel tipo di attore politico in cui noi vorremo vederli trasformati... Se possiamo aiutarli e loro vogliono essere aiutati in questo sforzo di trasformazione, non credo che nessuno possa avere qualcosa in contrario”. (citato in The New York Times , 2 febbraio 1999).

In altre parole, il piano di Washington era un “cambio di regime”: far cadere l’amministrazione di Lavalas e piazzare un regime fantoccio pro USA ed integrato nella “Piattaforma Democratica” e l’autoproclamato Fronte per la Liberazione e Ricostruzione Nazionale (FLRN), i cui dirigenti sono ex terroristi del FRAPH e Tomtom Macoute. (Per maggiori dettagli si veda Michel Chossudovsky, “ The Destabilization of Haiti”, Global Research, febbraio 2004 [4])
Dopo il golpe del 2004 che fece cadere il governo di Aristide, l’Agenzia Statunitense di Sviluppo Internazionale (USAID) ha portato a Haití assistenti del KLA per aiutare nella ricostruzione del paese (si veda Anthony Fenton, “Kosovo Liberation Army helps establish “Protectorate” in Haiti, Global Research, novembre 2004, [5])
Più precisamente, gli assistenti del KLA si sono occupati di ricostruire le forze di polizia di Haiti, includendo gli ex membri del FRAPH e dei Tomtom Macoute.
[Come aiuto] “L’Ufficio per le Iniziative di Transizione” (OTI) e USAID stanno pagando tre assistenti per curare l’integrazione dei brutali ex militari nelle attuali forze di polizia haitiane.
E chi sono questi tre assistenti? Sono tre uomini del KLA”
(Flashpoints interview, 19 novembre 2004,).

L’opzione El Salvador/ Kosovo fa parte di questa strategia statunitense di spaccatura e destabilizzazione di paesi.
La OTI in Bolivia patrocinata dall’USAID svolge la stessa funzione di una OTI a Haiti.
L’intento dichiarato delle operazioni coperte statunitensi è dare tanto appoggio coperto quanto addestramento a “Eserciti di Liberazione” con l’obiettivo ultimo di destabilizzare i governi sovrani. In Kosovo l’addestramento del KLA negli anni 90’ fu affidato ad una azienda privata di mercenari, Military Professional Resources Inc (MPRI), sotto contratto con il Pentagono.
Merita notare che gli ultimi fatti in Pakistan indicano la presenza d’interventi militari diretti statunitensi, in violazione della sovranità pakistana.
Già nel 2005 una relazione dell’Intelligence e della CIA prevedeva per il Pakistan “una sorte simile a quella jugoslava in un decennio, con il paese diviso da una guerra civile, immerso in un bagno di sangue e con rivalità inter-provinciali, come visto recentemente in Belucistan”.
(Energy Compass, 2 de marzo 2005).

Secondo una relazione del Comitato di Difesa del Senato del Pakistan del 2006, i servizi di intelligence britannici erano implicati nel sostegno del movimento separatista del Belucistan.
(Press Trust of India, 9 agosto 2006). L’Esercito di Liberazione del Belucistan somiglia straordinariamente al KLA del Kosovo, finanziato col traffico di droga e patrocinato dalla CIA.
“Washington favorisce la creazione di un “Grande Belucistan” - simile ad una “Grande Albania”- che comprenderebbe territori del Pakistan e dell’Iran, e possibilmente la frangia sud dell’Afghanistan, il che di conseguenza, porterebbe ad un processo di frattura politica tanto dell’Iran come del Pakistan”.

(Michel Chossudovsky, “The Destabilization of Pakistán”, 30 dicembre 2007 [6])”.

Note:
[1] “USAID has an "Office of Transition Initiatives" operating in Bolivia, funneling millions of dollars of training and support to right-wing opposition regional governments and movements” , http://www.slate.com/discuss/forums/thread/1798672.aspx
[2] http://www.globalresearch.ca/articles/FUL506A.html
[3] http://www.heise.de/tp/r4/artikel/2/2743/1.html
[4] http://globalresearch.ca/articles/CHO402D.html
[5] http://www.globalresearch.ca/articles/FEN411A.html
[6] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7705
Link con l’originale: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=10284

Tradotto dall’inglese da Beatriz Morales Bastos
* da http://www.rebelion.org
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
http://www.contropiano.org:80/Documenti/2008/Settembre08/25-09-08DestabilizzazioneBolivia.htm
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domenica, settembre 14, 2008

L'ultimo giorno di Salvador Allende nello sguardo di Fidel Castro

L'ex presidente di Cuba e leader della rivoluzione cubana narra con
dettagli l'ultimo giorno di Allende nel libro "Grandes Alamedas: Il
combattimento del presidente Allende", di Jorge Timossi, edito
all'Avana nel 1974.
Il leader della rivoluzione cubana, Fidel Castro, rivive, in una
testimonianza edita nel 1974, l'ultimo combattimento del presidente
Salvador Allende prima che fosse vittima del golpe fascista che
distrusse il suo governo democratico ed impose la dittatura in Cile.
Nel testo, che forma parte del libro "Grandes Alamedas: Il
combattimento del presidente Allende", di Jorge Timossi, Fidel
realizza un emotivo racconto di quello che fu l'ultimo giorno del
primo presidente socialista del Cile.
Il leader cubano, che fu stretto amico di Allende, riflette, passo a
passo, come l'ex mandatario cileno vive il tradimento dei militari, ma
allo stesso tempo lottano con lui un gruppo di civili, carabinieri e
poliziotti democratici, che protessero con la loro vita l'eroico gesto
di un presidente che preferì immolarsi anziché arrendersi e consegnare
a dei criminali il potere ricevuto, con mandato sovrano, dal popolo.

Ketty Bertuccelli


A continuazione il testo integro.
Testimonianza di Fidel Castro


Ci riferiremo essenzialmente all'aspetto di combattente e di soldato
della rivoluzione del presidente Allende il 11 di settembre.
Alle 6 e 20 della mattina di quel giorno, il presidente ricevette,
nella sua residenza di Tomás Moro, una chiamata telefonica che lo
informava del colpo di stato in corso. Immediatamente mette in stato
d'allerta gli uomini della sua guardia personale e prende la ferma
decisione di trasferirsi al Palazzo de La Moneda, per difendere, dal
suo posto di presidente della repubblica, il governo d'Unità Popolare.
Lo accompagnava una scorta di 23 uomini, armata con 23 fucili
automatici, due mitragliatrici calibro 30 e 3 bazooka, che si
trasferisce con il presidente, in quattro automobili ed un camioncino,
al Palazzo Presidenziale, dove arrivano alle 7 e 30 della mattina.
Il presidente, portando il suo fucile automatico e accompagnato dalla
scorta, entrò dall'ingresso principale de La Moneda. A quella ora la
protezione abituale dei carabinieri era normale nel palazzo.
Già all'interno si riunisce con gli uomini che lo accompagnavano,
informandoli della gravità della situazione e della sua decisione di
combattere fino alla morte, in difesa del governo costituzionale,
legittimo e popolare del Cile di fronte al golpe fascista. Analizza
gli effettivi disponibili e dà le prime istruzioni per la difesa del
Palazzo.
Sette membri del Corpo d'Investigazione arrivano per sommarsi ai
difensori. I carabinieri, frattanto, si mantenevano nelle loro
posizioni ed alcuni adottavano misure per la difesa dell'edificio. Un
piccolo gruppo della scorta personale proteggeva l'entrata
dell'ufficio presidenziale, con l'istruzione di non lasciare passare
nessun militare armato, per evitare un tradimento.
Nello spazio di un'ora si dirige, attraverso la radio, tre volte al
popolo, esprimendo la sua volontà di resistere.
Passate le 8 e 15, attraverso i citofoni del Palazzo, la giunta
fascista intima al presidente la resa e la rinunzia dal suo carico,
offrendogli un aereo per abbandonare il paese in compagnia dei
familiari ed i suoi collaboratori. Il presidente risponde che "come
generali traditori non conoscono gli uomini d'onore" e respinge
indignato l'ultimatum.
Il presidente sostiene, nel suo ufficio, una breve riunione con vari
alti ufficiali del Corpo dei Carabinieri che erano accorsi al Palazzo
e che, codardamente, in quel frangente, rifiutano di difendere il
governo. Il presidente li rimprovera duramente e li congeda con
disprezzo, intimandoli ad abbandonare immediatamente il luogo. Mentre
si svolgeva la riunione con i capi dei Carabinieri, arrivano i tre
aiutanti da campo militari; il presidente gli riferisce che non era il
momento per confidare negli uomini in divisa e gli chiede di ritirarsi
dalla Moneda. Il presidente, però, si congeda con affetto dal
comandante Sánchez, che era stato il suo aiutante da campo per
l'Aviazione per molti anni.
Poco dopo il ritiro degli aiutanti di campo e degli alti ufficiali dei
Carabinieri, il tenente a capo della Guarnigione dei Carabinieri del
Palazzo Presidenziale, ubbidendo agli ordini del comando, invia un
carabiniere a percorrere l'edificio, impartendo, ai membri della
guarnigione, l'ordine di ritirarsi. Questi immediatamente cominciano
ad abbandonare La Moneda, portando via parte del loro armamento. I
blindati dei Carabinieri, che fino a quell'istante erano posizionati a
difesa del palazzo, fanno lo stesso.
Un gruppo di dieci carabinieri, accompagnati dal latore dell'ordine di
ritirata e compiendo, senza dubbio, degli ordini, mentre si ritira
dalla scala principale e già prossimo all'uscita, punta i fucili e
tenta di sparare contro il presidente. Ma sono energicamente respinti
dal personale della scorta. Questi i sono i primi spari che si
scambiano con i golpisti.
Mentre accadono questi fatti, numerosi ministri, sottosegretari,
assessori, le figlie del presidente, Beatriz e Isabel, ed altri
militanti dell'Unità Popolare, arrivano al palazzo per stare con il
presidente in queste ore critiche.
Approssimativamente alle 9 e 15 della mattina, si verificano le prime
raffiche dall'esterno contro il Palazzo. Truppe fasciste della
fanteria, superiori a duecento uomini, avanzano per le strade Teatinos
e Morandé, ai due lati della Piazza della Costituzione, verso il
Palazzo Presidenziale, sparando contro l'ufficio del presidente. Le
forze che difendono il palazzo non superavano i quaranta uomini. Il
presidente ordina di aprire il fuoco contro gli attaccanti e
personalmente spara contro i fascisti, che retrocedono
disordinatamente con numerosi caduti.
I fascisti, allora, introducono i carri armati nel combattimento,
appoggiati dalla fanteria. Un carro armato avanza da via Moneda, un
altro da Teatinos, un altro da Alameda con Morandé ed un altro, in
direzione dell'ingresso principale, da Piazza della Costituzione. In
questo istante, dallo stesso ufficio del presidente si apre fuoco con
un bazooka contro il carro armato che era nelle vicinanze
dell'ingresso principale, che è distrutto completamente. Altri due
carri concentrano il loro fuoco sul gabinetto del presidente ed un
blindato dirige le sue mitragliatrici fino alla Segreteria Privata e
l'ufficio delle scorte. Anche vari pezzi d'artiglieria, posizionati ai
bordi della Piazza della Costituzione, sparano contro il Palazzo.
Il presidente percorre le diverse posizioni di combattimento incitando
e dirigendo i difensori. La lotta violenta si prolunga per oltre
un'ora, senza che i fascisti riescono ad avanzare di un solo centimetro.
Alle 10 e 45 il presidente riunisce, nel salone Toesca, i ministri, i
sottosegretari e gli assessori che sono accorsi a Palazzo per stare
con lui. Spiega che la lotta, in futuro, avrà bisogno di dirigenti e
quadri: tutti quelli che erano disarmati dovevano abbandonare la
Moneda appena possibile e tutti quelli che avevano armi dovevano
continuare ai loro posti di combattimento. Naturalmente, nessuno dei
collaboratori disarmati era d'accordo con la proposta del presidente;
nemmeno le figlie del presidente e le altre donne che si trovavano
nella Moneda, si rassegnano ad abbandonare il palazzo.

Il combattimento prosegue violento. Attraverso i citofoni del Palazzo
i fascisti lanciano rabbiosi nuovi ultimatum, annunciando che se i
difensori non si arrendono, avrebbero utilizzato immediatamente
l'Aviazione.
Alle 11 e 45 il presidente si riunisce con le figlie e le altre nove
donne che sono nel palazzo, ordinando con fermezza di abbandonare la
Moneda, perché non aveva senso la morte di indifesi. Immediatamente,
chiede agli assedianti una tregua di tre minuti per evacuare il
personale femminile. I fascisti però non concedono la tregua, ma le
truppe cominciano ad allontanarsi di palazzo, per permettere l'attacco
aereo. L'impasse che si produce consente alle donne di abbandonare il
palazzo.
Circa alle 12 comincia l'attacco dell'aviazione. I primi missili
cadono nel Cortile d'Inverno, al centro della Moneda, perforando il
tetto e scoppiando nell'interno dell'edificio. Nuove ondate di
aeroplani e nuovi impatti si succedono uno dietro l'altro, invadendo
tutto l'edificio con fumi tossici. Il presidente ordina di prendere
tutte le maschere antigas, s'interessa della situazione delle
munizioni ed esorta i combattenti a resistere con fermezza al
bombardamento.
Le munizioni dei fucili automatici della guardia presidenziale, dopo
quasi tre ore di combattimento, sono quasi esaurite. Il presidente
ordina, perciò, d'abbattere immediatamente la porta dell'armeria della
Guarnigione dei Carabinieri del palazzo, dove potevano esserci armi
della stessa. Impazientito dal ritardo sulle informazioni di dette
armi, il presidente, attraversando il Cortile d'Inverno, si dirige
verso l'armeria. Osserva che ci sono ritardi nell'abbattimento della
porta e ordina l'utilizzo di bombe a mano. Si riesce ad aprire una
breccia nell'armeria, da dove sono rinvenute quattro mitragliatrici
calibro 30 e numerosi fucili Sik, una grande quantità di munizioni,
maschere antigas ed elmetti.
Il presidente ordina di portare il tutto ai posti di combattimento e
personalmente percorre le camerate dei carabinieri, raccogliendo
fucilo Sik e le altre armi che rimanevano. Lo stesso presidente carica
sulle spalle numerose armi per rinforzare i posti di combattimento ed
esclama: "Così si scrive la prima pagina di questa storia. Il mio
popolo e l'America scriveranno il resto", provocando una profonda
emozione tra tutti i presenti.
Mentre il presidente trasporta le armi dall'armeria, riprende con
violenza l'attacco aereo. Un'esplosione rompe i cristalli delle
finestre vicine al presidente. I frammenti di vetro lo feriscono alla
schiena. Questa è la prima ferita che subisce. Mentre riceve le cure
mediche, ordina di proseguire lo spostamento delle armi e non smette
di preoccuparsi per la sorte di ognuno dei suoi compagni.
Pochi minuti dopo i fascisti riprendono violentemente l'attacco,
combinando l'azione della Forza Aerea con l'artiglieria, i carri
armati e la fanteria. Secondo testimoni oculari, il rumore, le
mitragliatrici, le esplosioni, il fumo e l'aria tossica avevano
convertito il palazzo in un inferno. Nonostante l'istruzione del
presidente di aprire tutti i rubinetti i bocchettoni per evitare
l'incendio del pianterreno, l'ala sinistra del palazzo comincia ad
ardere e le fiamme si propagano verso la Sala degli Aiutanti ed il
Salone Rosso. Il presidente, però, non si scoraggia un solo istante,
nemmeno nei momenti più critici, e ordina di affrontare l'attacco con
tutti i mezzi disponibili.
Si verifica una delle maggiori prodezze del presidente. Mentre il
palazzo è avvolto dalle fiamme, si trascina sotto le raffiche di
mitragliatrice fino al suo gabinetto, di fronte alla Piazza
Constitucion, prende personalmente un bazooka, lo punta contro un
carro armato situato in via Morandé -che sparava furiosamente contro
di palazzo - e lo mette fuori combattimento con un colpo diretto. Poco
dopo un altro combattente distrugge un terzo carro armato.
I fascisti introducono, da via Morandé 80, nuovi carri blindati,
truppe e carri armati, intensificando il fuoco sulla porta di accesso
alla Moneda, mentre il palazzo continuava in fiamme. Il presidente,
con vari combattenti, scende al pianterreno per respingere l'intento
dei fascisti di penetrare nel palazzo dalla via Morandé. L'esito è
positivo.
I fascisti sospendono il fuoco in questo settore e, gridando, chiedono
due rappresentanti del governo per parlamentare. Il presidente invia
Flores, segretario generale di Governo e Daniel Vergara,
sottosegretario all'Interno, che escono dalla porta di via Morandé e
si dirigono verso una jeep militare, stazionata di fronte. Questo
succede approssimativamente all'una del pomeriggio. Flores e Vergara
conversano con un alto ufficiale che era nella jeep. Nel ritorno al
palazzo e già vicini all'ingresso, dalla stessa jeep gli sparano a
tradimento, Flores è ferito da un colpo alla gamba destra e Daniel
Vergara ne riceve vari alla schiena, che lo abbattono. E' raccolto dai
suoi compagni, protetti dal fuoco degli altri difensori.
I fascisti avevano chiesto di trattare per esigere ancora la resa,
offrendo agevolazioni al presidente ed ai difensori per abbandonare il
Palazzo e dirigersi al paese che volevano. Il presidente reitera
d'immediato la sua decisione di combattere fino all'ultima goccia di
sangue, interpretando non solo il suo desiderio, ma quello di tutti
gli eroici difensori del Palazzo. Dal pianterreno resistono agli
attacchi provenienti da Morandé, mentre l'entrata principale del
Palazzo è già praticamene distrutta.
Verso le 1 e 30, il presidente sale ad ispezionare le posizioni della
piano superiore. Numerosi difensori erano già morti a cause delle
raffiche di mitragliatrice, delle esplosioni o carbonizzati dalle
fiamme. Il giornalista Augusto Olivares stupisce tutti per il suo
comportamento straordinariamente eroico. Gravemente ferito, è operato
nella sala medica del Palazzo e, quando tutti lo immaginavano a letto,
arma in pugno è ancora al suo posto di combattimento al secondo piano,
insieme al presidente. Sarebbe prolisso enumerare ora i nomi e gli
atti di eroismo dei combattenti.
Dopo l'1 e 30 i fascisti s'impossessano del pianterreno del Palazzo,
la difesa si organizza nei piani superiori ed il combattimento
continua. I fascisti trattano d'irrompere dalla scala principale.
Approssimativamente alle 2, riescono ad occupare un angolo del piano
superiore. Il presidente stava barricato, insieme a vari dei suoi
compagni, in un angolo del Salone Rosso. Avanzando verso il punto
d'irruzione dei fascisti, riceve un colpo allo stomaco che lo fa
inchinare dal dolore, ma non smette di lottare. Appoggiandosi ad una
poltrona continua a sparare contro i fascisti da pochi metri di
distanza, finché un secondo lo colpisce al petto, lo abbatte e già
moribondo viene crivellato di colpi.
I membri della sua guardia personale, vedendo il presidente cadere,
contrattaccano energicamente e respingono nuovamente i fascisti fino
alla scala principale. Si produce allora, nel mezzo del combattimento,
un gesto d'insolita dignità: prendendo il corpo inerte del presidente
lo conducono fino al suo gabinetto, lo siedono sulla sedia
presidenziale, gli collocano la sua fascia di presidente e lo
avvolgono in una bandiera cilena.
Anche dopo la morte dell'eroico presidente, gli immortali difensori
del palazzo hanno resistito altre due ore ai selvaggi assalti
fascisti. Solo alle quattro del pomeriggio, quando il Palazzo
Presidenziale ardeva già da molte ore, si è spenta l'ultima resistenza.
Molti si stupiranno di quello che si è appena narrato. E così è,
semplicemente sorprendente. L'alta gerarchia fascista dei quattro
corpi armati si era alzata contro il governo dell'Unità Popolare e
solo quaranta uomini hanno resistito per sette ore al grosso
dell'artiglieria, ai carri armati, all'aviazione e alla fanteria
fascista. Poche volte nella storia è stata scritta una simile pagina
di eroismo.
Il presidente non è stato solo coraggioso e fermo nel compimento della
parola di morire difendendo la causa del popolo, ma si è elevato
nell'ora decisiva fino a limiti incredibili. La forza d'animo, la
serenità, il dinamismo, la capacità di comando e l'eroismo dimostrati,
sono stati ammirevoli. Mai in questo continente un presidente era
stato protagonista di una così drammatica prodezza. Molte volte il
pensiero inerme è stato abbattuto dalla forza bruta. Ma adesso si può
dire che la forza bruta non ha mai conosciuto una simile resistenza,
messa in atto nel terreno militare da un uomo di idee, le cui armi
sono sempre state la parola e la penna
Salvador Allende ha dimostrato più dignità, più onore, più valore e
più eroismo che tutti i militari fascisti assieme. Il suo gesto di
grandezza incomparabile, ha inabissato per sempre nell'ignominia
Pinochet ed i suoi complici.
Così si è rivoluzionari!
così si è uomini!
Così muore un combattente vero!
Così muore un difensore del suo popolo!
Così muore un lottatore per il socialismo!
Le ultime parole del compagno presidente Salvatore Allende:
«Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino.
Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, dove il
tradimento pretende imporsi. Continuate sapendo che, molto prima che
tardi, si apriranno i grandi viali da dove passa l'uomo libero per
costruire una società migliore.
Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole, con la certezza che il sacrificio
non sarà vano. Ho la certezza che per lo meno, ci sarà una sanzione
morale che castigherà la slealtà, la codardia ed il tradimento».
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giovedì, settembre 11, 2008
 
Lentamente il progetto dell'Alternativa Bolivariana de las Américas (ALBA), sorto nel 2004 da un'idea del presidente venezuelano Hugo Chávez, cresce e si estende.
Lo scorso 25 agosto l'Honduras è entrata ufficialmente a farne parte, diventando il sesto paese insieme a Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica. Alle celebrazioni hanno assistito i presidenti di questi paesi, accompagnati da rappresentanti di alto livello dei paesi latinoamericani che seguono come osservatori i lavori dell'ALBA, tra cui Uruguay, Paraguay, Guatemala, Repubblica Dominicana ed Ecuador. Da rilevare la presenza del FMLN salvadoregno, il quale in caso di vittoria alle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe, come governo, far salire a sette i paesi latinoamericani ed a tre quelli della regione centroamericana.
I giorni che hanno preceduto la firma non sono stati facili per l'intensa campagna mediatica dei mezzi d'informazione della destra honduregna e la forte opposizione da parte dei settori dell'imprenditoria locale, i quali hanno nuovamente puntato sulla politica "del disastro e della paura" per incutere timore tra la popolazione.
L'adesione all'ALBA è  stata invece fortemente difesa e voluta dalle decine di organizzazioni che formano il Bloque Popular, una delle più importanti reti della società civile che già nel passato aveva insistito affinché il governo entrasse a far parte di Petrocaribe e Petroalimentos.
 
Secondo un comunicato fatto circolare dal Bloque Popular de Honduras, "con l'ALBA si tratta di unire i paesi dell'America Latina e dei Caraibi in un solo blocco politico, economico e sociale. Un progetto che riunisce i princìpi che reggono una vera integrazione latinoamericana basata sulla giustizia, la solidarietà e l'equità, la cooperazione e la complementarità
, la volontà comune di avanzare insieme, lo sviluppo equitativo e il rispetto della sovranità ed autodeterminazione dei popoli, con enfasi sullo sviluppo umano e sociale oltreché politico ed economico (...). Le oligarchie di ieri e quelle di oggi, complici della Doctrina Monroe e delle invasioni, difendono la falsa generosità del padrone quando dicono che se non fosse per l'impero non avremmo da mangiare, che il nostro destino è quello di sopportare la sua oppressione e che integrarci con il Sud è un tradimento imperdonabile nei confronti del Nord. Campagna opportunista e vigliacca dei
traditori storici della nostra identità ed unità latinoamericana, unica uscita per sconfiggere la povertà, la globalizzazione neoliberista e rendere giuste ed equitative le relazioni con gli Stati Uniti, l'Europa e l'Asia"
(leggi testo completo su http://www.congresobolivariano.org/modules.php?name=News&file=article&sid=4687 ).

Durante il suo intervento, il presidente honduregno, Manuel Zelaya, ha detto che "il popolo honduregno non deve chiedere permesso a nessun imperialismo per ratificare l'ALBA. Nei giorni scorsi alcuni mezzi di comunicazione dicevano che non dovevamo farlo perché si trattava di un trattato armato. Hanno cercato di infondere la paura tra la popolazione, ma non ci sono riusciti, perché il popolo honduregno è coraggioso, lottatore e rivoluzionario. Io - ha continuato Zelaya - non sono nato per avere un padrone e nemmeno per essere schiavo. Ci hanno sottomesso, ingannati e ci hanno mantenuto disinformati e quindi ringrazio Chávez per questo spazio che ha aperto, ringrazio Daniel (Ortega), baluardo di resistenza in Centroamerica, per essere venuto e mi congratulo con Evo Morales, leader indigena e presidente della Bolivia, per aver superato brillantemente con oltre il 67% il referendum revocatorio nel suo paese. Saluto anche il popolo eroico di Cuba. Ci sono più di 200 risoluzioni della ONU che chiedono la fine dell'embargo statunitense e l'Honduras si unisce oggi a questa richiesta. Saluto anche il Bloque Popular ed i partiti che hanno sostenuto questa firma. Come ha detto Chávez, l'ALBA non ci obbliga a niente ed invece ci apre le porte della speranza per risolvere la crisi e la povertà che il capitalismo ha lasciato in eredità alla maggioranza degli honduregni. I paesi del Sud si uniscono per essere indipendenti e per assicurare lo sviluppo alle proprie popolazioni", ha concluso Zelaya leggendo i primi importanti benefici che porterà l'ALBA in termini di energia, credito, progetti di sviluppo, donazioni, salute ed istruzione (articolo relazionato su http://www.lavozdelsandinismo.com/nicaragua/2008-08-25/derecha-molesta-por-ejemplo-nicaraguense/ )
 
Zelaya era stato preceduto dal discorso degli altri capi di Stato dei paesi che fanno parte dell'ALBA.
Secondo Carlos Lage, vicepresidente di Cuba, "l'ALBA ha permesso che 1.3 milioni di latinoamericani recuperassero la vista con la Misión Milagro, perché per il nuovo medico, il medico dell'ALBA, il malato non è un cliente, ma un paziente. I malati non sono il modo di vivere per un medico, ma la sua ragione di vita; il medico dell'ALBA non guadagna denaro, ma vita. Grazie al lavoro di alfabetizzazione - ha continuato Lage - più di 3.3 milioni di persone hanno imparato a leggere e scrivere e più di 40 mila giovani latinoamericani stanno studiando medicina a Cuba. Con l'ALBA, il Venezuela sta somministrando petrolio a prezzi speciali, incrementando la capacità finanziaria dei paesi membri affinché investano in opere sociali e piani di sviluppo", ha detto il vicepresidente cubano.
Per il presidente Daniel Ortega, la cui presenza è stata contestata da un gruppo di donne appartenenti a organizzazioni femministe per il caso delle presunte violenze contro la figliastra Zoilamérica, il suo omonimo honduregno è un esempio di dignità per aver deciso di firmare l'ALBA nonostante le forti pressioni dell'oligarchia honduregna. "L'Honduras si incorpora all'ALBA nonostante gli attacchi degli eterni nemici dei poveri e dei popoli. Quei nemici che hanno avuto l'opportunità di governare per secoli e che in cambio hanno lasciato fame, disoccupazione e miseria", ha detto Ortega. "Quali sono i risultati del capitalismo? Arricchimento per pochi e fame, miseria e disoccupazione per gli altri; che Honduras, Nicaragua, Guyana e Haiti sono i paesi più poveri del continente". Ortega ha poi illustrato i benefici dell'ALBA, che per il Nicaragua rappresentano la fine dei razionamenti energetici, la possibilità di concedere credito ad interessi giusti per contadini, commercianti, piccoli e medi produttori ed al popolo in generale, miglioramento della sanità e dell'istruzione e programmi di sviluppo.
"Che cosa posso dire a chi ha paura dell'ALBA? - ha continuato Ortega. Non fatevi ingannare come è successo in Nicaragua. Dicevano che se vinceva il FSLN sarebbe tornata la guerra, il servizio militare obbligatorio, l'embargo degli Stati Uniti. Erano menzogne che i nemici dell'ALBA ripetono tutti i giorni".
Il presidente boliviano, Evo Morales, ha invece chiesto ai suoi omonimi di accelerare il processo di trasformazione sociale in America Latina, "nazionalizzando le nostre risorse naturali e cercando sempre trasformazioni  profonde nella democrazia.
L'ultimo degli invitati a prendere la parola è stato il presidente venezuelano, Hugo Chávez, il quale ha riconosciuto a Zelaya di essere un presidente coraggioso per aver deciso di fare questo passo nonostante le forti pressioni. "Si tratta di un passo storico che avrà un impatto positivo sui popoli dell'America Latina e Caraibi ed ha bisogno della partecipazione diretta ed attiva di tutti, soprattutto dei giovani, degli afrodiscendenti honduregni, delle popolazioni indigene, delle donne. Considero - ha detto - che i valori come l'indipendenza, la dignità e lo sviluppo integrale continuano ad essere la strada da percorrere per i popoli che lottano per la libertà", ha aggiunto Chávez dopo aver nuovamente inveito contro il governo statunitense e le oligarchie latinoamericane.
Il presidente venezuelano ha inoltre detto che "non sono venuto qui per immischiarmi negli affari interni del paese, ma per me un honduregno che si oppone all'ALBA è un vendepatria o un ignorante. Non posso qualificarlo in un altro modo o semplicemente sta facendo tutto il contrario degli interessi dell'Honduras. Con Cuba, per esempio, prima dell'ALBA gli scambi commerciali erano di 200 milioni di dollari, mentre nel 2007 sono saliti a 6.500 milioni. Tra i paesi che fanno parte di questo progetto sono state aperte banche, imprese grannacionales, imprese energetiche e anche il Banco del ALBA", ha concluso.

(Giorgio Trucchi)
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PROCLAMA POR LA UNIDAD E INTEGRACIÓN
DE LOS PUEBLOS LATINOAMERICANOS Y DEL CARIBE
 
Nosotros, miembros y miembras de diferentes organizaciones sociales de Honduras reunidos y reunidas en el marco de la firma de adhesión de nuestro país a la Alternativa Bolivariana de las Américas ALBA,  proclamamos:
 
1.      Proclamamos que en este día histórico para el pueblo hondureño, en que caminamos desde y con  el ALBA  hacia   nuevas formas de vida,  soberanía y unidad  expresamos nuestros jubilo y  disposición por defender este paso importante. Es con este espíritu que  saludamos y   rendimos homenaje, desde tempranas horas a nuestros héroes de la Patria Grande como Lempira, Morazán, Bolívar y José Martí.
2.      Proclamamos nuestra satisfacción más profunda por la valiente decisión del Presidente de la Republica Manuel Zelaya Rosales  de firmar la adhesión de Honduras a la Alternativa Bolivariana de las Américas, un proyecto de integración y unidad de los pueblos para la lucha contra la pobreza y la exclusión.
3.       Proclamamos que el proyecto  ALBA, es uno de muchos proyectos que vienen construyendo gobiernos y estados del pueblo junto a los mismos pueblos, movimientos y organizaciones de América Latina y el Caribe  que se resisten a  la dependencia, saqueo y humillación y que hoy mas que nunca  tiene su vigencia y legitimidad plena ante la desnuda realidad, de que el capitalismo y demás formas de dominación no son la única vía en este planeta y mucho menos son  la posibilidad de desarrollo, respeto a la vida y la justicia.
4.      Proclamamos que el proyecto ALBA en Honduras, debe ser encarnado por el pueblo con un sentido de apropiamiento y de defensa de sus derechos y proyectos que han sido demanda de interés nacional y  de los demás pueblos que luchamos por una vida mas digna y humana, con equilibrio, respeto a nuestros hábitats, culturas y biodiversidad, esta es la lógica que debe de prevalecer. El proyecto ALBA, esta concebido para terminar con la transnacionalización y privatización neoliberal destructiva, antiecológica, antiética, antihumana y a esto es que le temen los capitalistas y explotadores.
5.      Proclamamos nuestra demanda al congreso nacional, la inmediata aprobación del ALBA, sin que se manosee su esencia, ni objetivos, ni el hacer de esta alternativa viable y beneficiosa para la gran mayoría del pueblo hondureño, como ha sido demostrado ya en Honduras a través de proyectos de alfabetización, educación superior, salud, cultura y  otros que llegan sectores desposeídos.
6.      Proclamamos que rechazamos y condenamos la campaña de miedo y mentiras contra el proyecto ALBA por parte de los sectores oscurantistas, mediocres, oligárquicos, vende patrias y serviles de los intereses mas infames de los imperios del norte y sobre todo de los Estados Unidos,  que siguen en su afán de seguir desarrollando en Honduras las instrucciones de la indigna carta Rolston. Rechazamos categóricamente la campaña chantajista con el tema de la migración y remesas; nunca los gringos nos han dado de comer, al contrario nos han quitado junto a otros imperios, no solo la alimentación, sino las demás riquezas de Honduras por más de 500 años.
7.      Proclamamos nuestra animación al pueblo hondureño a sumarse a las acciones por el proyecto ALBA y a mantenerse alertas, pues los heraldos de la muerte que nos pretenden engañar con sus conceptos de “desarrollo” e “integración” de los organismos financieros y de los dominadores, no descansaran pues se sienten que el pueblo despierta y esto no les conviene para sus enormes ganancias a costa del saqueo y la deshumanización.
 
 
¡!VIVA EL ALTERNATIVA BOLIVARIANA DE LAS AMÉRICAS ALBA!!
 ¡!NO AL ALCA, NI TLC, NI ACUERDOS DE ASOCIACION!!
 ¡!VIVA LA DIGNIDAD, UNIDAD  Y  LA RESISTENCIA DE AMERICA LATINA Y EL CARIBE!
 COPINH, OFRANEH, MÁRTIRES DE GUAYMAS, RED COMAL, URP, EQUIPOS DOCENTES, ASOCIACIÓN DE AMISTAD HONDURAS CUBA,
  
Dado  en Honduras, tierra de LEMPIRA Y MORAZÁN, a los 25 días del mes de agosto.
 
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mercoledì, settembre 10, 2008
"[…] nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i giovani nelle cooperative del vescovo Brigantini (Locride) e dell'Arca di Noè (Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell'acqua. Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l'articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica. Tutto questo con l'appoggio dell'opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell'on.Veltroni alla lettera sull'acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!).
Così il governo Berlusconi, con l'assenso dell'opposizione, ha decretato che l'Italia è oggi tra i paesi per i quali l'acqua è una merce.
Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell'acqua con tanti amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell' acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male. Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il fatto, sottolineato dagli amici R.Lembo e R. Petrella, che il "Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività territoriali. I Comuni, in particolare, non sono più dei soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi dell'impresa siano i più elevati nell'interesse delle finanze comunali." Ci stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione!
Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci quello che avviene quando l'acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina, (Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua ha il 46,5 % di azioni) che gestisce l'acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell'anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune. Una lotta lunga e dura di resistenza quella degli amici di Aprilia contro Acqualatina! Ora, nel cuore dell'estate, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell'acqua. Tutto questo con l'avallo del Comune e della provincia di Latina! L'obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina per pagare. E' una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli!
L' estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania. L'assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L'
Arin, la municipalizzata dell'acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili.Per far digerire la pillola, Cardillo promette una "Robintax" per i poveri (tariffe più basse per le classi deboli). Con la privatizzazione dell'acqua si creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i poveri), come sostiene l'economista M.Florio dell'Università degli studi di Milano.
Sono brutte notizie queste per tutto il movimento napoletano che nel 2006 aveva costretto 136 comuni di ATO 2 a ritornare sui propri passi e a proclamare l'acqua come bene comune. Invece dell'acqua pubblica, l'assessore Cardillo sta forse preparando un bel bocconcino per
A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) o per Veolia, qualora prendessero in mano la gestione dei rifiuti campani? Sarebbe il grande trionfo a Napoli dei potentati economico-finanziari.
A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli ), 67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori, (una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell'
Acea di Roma).Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento).
"Non pagate le bollette dell'acqua!", è l'invito del Comitato locale alle famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie che mi giungono un po' dappertutto.Mi chiedo amareggiato:" Ma dov'è finita quella grossa spinta contro la privatizzazione dell'acqua che ha portato alla raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare sull'acqua?
Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili? Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali, rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell'acqua non lancia una campagna su internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull'acqua? Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per far passare in Parlamento una legge-quadro sull'acqua?
Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l'acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l'utente,senza essere SPA. "L'acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne "illecito"profitto- ha scritto l'arcivescovo emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile."
Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana? Quand'è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo milioni di morti per sete!).
E' quanto ha affermato nel mezzo di questa estate, il 16 luglio, il Papa Benedetto XVI:" Riguardo al diritto all'acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l'acqua unicamente come bene economico." Quand'è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa dell'acqua? L'acqua è vita. "L'acqua è sacra, non solo perché è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta, Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna della terra fatta a immagine di Dio che dall'acqua trae esistenza, energia e vita."
Sull'acqua ci giochiamo tutto!
Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell'acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l'acqua non è una merce, ma un diritto di tutti.
Diamoci da fare perché vinca la vita!".

padre Alex Zanotelli
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