- Paraguay. 24 aprile. Il vescovo della Teologia della liberazione, «il vescovo dei poveri» mostra di voler fare sul serio. Il neo presidente Fernando Lugo, eletto giorni fa con una valanga di voti, ed in attesa del verdetto del Vaticano, ai cui ordini ha disobbedito candidandosi, è stato conseguente con le promesse fatte in campagna elettorale. Ha chiesto al Brasile di riaprire la questione dell’elettricità di Itaipù (un trattato iniquo obbliga il Paraguay a svendere a Brasilia). La sua domanda di dimissioni al Vaticano per darsi alla politica fu respinta e sul finire del 2006 da Roma arrivò invece la sospensione a divinis. Ora che è stato eletto presidente della Repubblica, il suo destino ecclesiastico è «nelle mani del Papa», ha detto monsignor Ignacio Gogorza, il capo della Conferenza episcopale paraguayana. Ma il cinquantasettenne vescovo della Teologia della Liberazione avrà altro a cui pensare, più importante di Ratzinger, a partire dal 15 agosto quando riceverà la fascia tricolore dalle mani dell’impopolarissimo presidente uscente, il colorado Nicanor Duarte Frutos, indicato come capo della «cricca mafiosa», padrona incontrastata del paese dal 1947. Frutos si era alienato l’appoggio di gran parte del suo partito imponendo, con delle primarie che avevano fatto gridare alla frode, la sua candidata Blanca Ovelar dichiarata vincitrice per un pelo su quello che sembrava il favorito indiscusso (e l’uomo dell’ambasciata USA), l’ex vice-presidente di Duarte Frutos, Luis Castiglioni. Che da allora si è messo in sciopero e domenica, a seggi ancora aperti, ha dichiarato alla tv che a partire da subito si sarebbe rimesso in corsa per la leadership alla testa della sua corrente, Vanguardia colorada, contro la «cricca mafiosa». Per fermare Lugo non hanno funzionato le calunnie propalate a piene mani in campagna elettorale e nemmeno «la frode pre-elettorale». I colorados hanno tentato contro di lui di tutto e di più. Alla vigilia delle elezioni, per esempio, hanno ventilato la possibilità di chiudere le frontiere per sbarrare la strada, oltre che agli «agitatori stranieri», alle decine di migliaia di emigrati paraguayani (quasi un milione su 6.5 milioni di abitanti) che da Argentina, Uruguay e Brasile stavano tornando in Paraguay per votare, e prevedibilmente contro il governo che li ha costretti a emigrare. Il numero delle circoscrizioni elettorali è stato portato da 200 a 300 per disperdere i votanti in seggi lontani e tentare di diminuire l’affluenza, considerata un fattore pro-Lugo. Il Tribunale elettorale, come tutto il resto della Giustizia, è colorado. Poche settimane prima del voto, il quotidiano ABC color ha pubblicato il fac-simile di una scheda distribuita a marzo negli uffici pubblici a tutti gli impiegati: dovevano compilarla con i nomi di almeno 10 amici o parenti pronti a votare per il partito.
- Paraguay. 24 aprile. Domenica 20 la Alianza patriótica para el cambio, con Lugo come candidato alla presidenza e Federico Franco –leader del Partido liberal radical auténtico (Plra)– come vice, ha stravinto. È stato eletto presidente con il 40,7% dei voti, contro il 31,1% di Blanca Ovelar e il 21,8% dell’ex generale golpista Lino Oviedo. Troppo anche per l’efficiente macchina da brogli dei colorados che si è inceppata prima di tutto per la voglia di cambiamento dell’elettorato e poi per il lavoro attento di 500 osservatori internazionali e infine per la presenza di centinaia di giornalisti stranieri che hanno reso impossibile ciò che in passato era routine. L’egemonia del Partido Colorado che durava da oltre sessant’anni è stata così interrotta. Il compito di Lugo non si presenta facile. L’intera struttura politico-economica del paese è infatti nelle mani dei funzionari del vecchio regime. Le aspettative che ha saputo suscitare, se gli hanno garantito il trionfo, lo caricano di una responsabilità enorme. Lui era il candidato «dei poveri e degli esclusi», dei movimenti sociali, dei campesinos senza terra, degli indigeni senza niente.
- Paraguay. 24 aprile. Le sfide che Lugo dovrà affrontare sono molte: ridurre l’estrema povertà del paese, le disuguaglianze e la disoccupazione; combattere la corruzione diffusa a tutti i livelli; diminuire l’eccessiva dipendenza dalla coltivazione della soia, concentrata in poche mani, arrestando l’esodo delle famiglie contadine verso le città; rivedere gli accordi con il Mercosur, per correggere l’asimmetria esistente tra i paesi piccoli (Paraguay e Uruguay) e i colossi (Argentina e Brasile); rinegoziare con Argentina e Brasile i contratti per la fornitura di energia dai complessi idroelettrici di Itaipú e Yacyretá, attualmente venduta a prezzi irrisori; affrancarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti, presenti in forze nella base aerea di Mariscal Estigarribia. Con la scusa della presenza di gruppi «terroristi islamici» sulla Triplice Frontiera, gli Stati Uniti certamente eserciteranno pressioni per continuare a mantenere la loro presenza nella zona, avendo interesse a mantenere una base militare che controlla il sud del continente. Tanto più che l’Ecuador intende mandar via le truppe USA dalla base di Manta nel 2009. Un altro asse di forte interesse per Washington è l’oro blu del secolo XXI, l’acqua dolce dell’Acuífero Guaraní, secondo forse solo all’Amazzonia, l’acqua del Rio Paraná che diviene energia nelle centrali di Itaipú e Yaciretá. Il controllo dell’acqua è destinato a diventare una delle ragioni di conflitto più forte del futuro. Per non parlare dell’oro nero, il petrolio, che non fu trovato nella micidiale guerra del Chaco con la Bolivia del 1932 ma che c’è e con il barile a 115 dollari sarà finalmente trovato. Lugo ha già detto che intende esercitare diritti sovranisti nazionali su queste risorse. Dovrà fare i conti anche con la sua coalizione, molto variegata e frastagliata, che va dalla destra moderata –il Plra del vicepresidente– ai socialdemocratici, fino all’estrema sinistra che grazie all’onda sollevata da Lugo mette piede in parlamento. I liberali, l’avversario centenario e storico dei colorados, hanno avuto l’intelligenza politica di cogliere la novità-Lugo e rinunciare a una propria candidatura presidenziale, ma di certo –come partito più strutturato della coalizione di governo– cercheranno di condizionarlo il più possibile.
- Paraguay. 24 aprile. Megawatt da 80 dollari venduti a 2. Un trattato firmato dal generale Alfredo Stroessner (dittatore dal 1954 al 1989) ha imposto sino ad oggi a Asuncion di regalare energia. Il Paraguay non ha mai avuto fortuna con i suoi vicini. Praticamente fu l’unico paese dell’America latina a conquistare l’indipendenza dalla Spagna, nel 1811, senza guerre e massacri, ma le guerre e i massacri sarebbero venuti dopo. Fra il 1865 e il 1870 la guerra contro Brasile, Argentina e Uruguay finì in un olocausto paraguayano. Su una popolazione di 1.3 milioni di abitanti, i sopravissuti furono 300 mila, di cui 14 mila uomini (e solo 2000 di loro con più di 20 anni) e il resto donne. Fra il 1932 e il 1935 la guerra del Chaco contro la Bolivia per il petrolio che non fu trovato, si concluse con un’inutile strage in cui 80 mila boliviani e 50 mila paraguayani combatterono e morirono per conto della Standard Oil of New Jersey e della Royal Dutch-Shell. Nel 1973 le mire di dominio di Brasile e Argentina sul Paraguay non si manifestarono più con le armi ma con i trattati. In quell’anno furono firmati il Trattato di Itaipú con il Brasile e il Trattato di Yaciretá con l’Agentina per la costruzione delle due grandi dighe e centrali idro-elettriche binazionali che dovevano sfruttare le acque del fiume Paraná per farne energia. Quelli erano i tempi in cui l’America latina era dominata dai regimi militari e dittature fasciste. I nomi dei firmatari in calce ai due trattati parlano da soli: il generale Emílio Garrastazu Médici, presidente del Brasile degli “anni di piombo”, María Estela Martínez Perón, presidente dell’Argentina della Triple A, e, per il Paraguay, il generale Alfredo Stroessner, già al potere da quasi 20 anni, che fu facilmente convinto a suon di prebende (rovesciato nell’89, trovò poi rifugio a Brasilia). Quei due trattati, che in tanti qui in Paraguay definiscono «i più colonalisti della storia paraguayana», sono divenuti una sacrosanta ossessione nazionale. Per tutti eccetto i presidenti e la «cricca mafiosa» colorada della falsa transizione alla democrazia cominciata nel febbraio ‘89 e finita domenica scorsa, che come il loro predecessore Stroessner si sono fatti facilmente convincere da brasiliani e argentini, a suon di milioni, a lasciare le cose come stanno. L’alibi era in una delle clausole di quei due patti leonini: la loro durata, 50 anni. 1973-2023, fino ad allora non c’è niente da fare. Sul piano strettamente giuridico, forse no –«la certezza del diritto...»– ma sul piano politico il discorso è diverso. L’hanno mostrato casi quali la nazionalizzazione degli idrocarburi nella Bolivia di Morales e nel Venezuela di Chávez (che non era neanche una nazionalizzazione quanto un adeguamento di imposte e royalities). Il trucco dietro questa suddivisione formalmente paritaria c’è e si vede. Di quei 45 mila gwh il Paraguay ne usa solo 7mila e gli altri 38mila li vende. Se li potesse mettere sul mercato farebbe «3645 milioni di dollari l’anno» secondo i calcoli dell’ingegner Ricardo Canese, esperto paraguayano di risorse energetiche. Altri parlano di 2000 milioni. Invece i tratatti impongono che se «una delle due parti» (quale?) non usa tutta la quota che le spetta è obbligata a «cedere il diritto di acquisto» solo all’altra (quale?) in cambio di una «compensazione» calcolata al prezzo di costo: più di 10 volte inferiore a quello di mercato, più di 100 volte inferiore al suo valore finale sul mercato brasiliano. Così il Paraguay per le sue eccedenze incassa la miseria di 102 milioni di dollari l’anno e il Brasile paga 2.72 dollari a mega-watt/ora mentre quello stesso mega-watt/ora in Brasile vale 80.84 dollari. «Significa», dice Canese, «che il Paraguay potrebbe aver incassato, per l’esportazione di 38mila giga-watts/ora in un anno, quasi 13 miliardi di dollari e al netto di tutti i costi relativi, 11 miliardi, ossia il corrispettivo dell’intero prodotto interno lordo paraguayano». E il debito del Paraguay verso la controparte brasiliana, che anticipò il finanziamento di Itaipú imponendo tassi d’usura, nonostante siano stati già pagati più di 20 miliardi di dollari (per un’opera che doveva costarne 2) non ha fatto che aumentare, secondo il classico schema “debito esterno-debito eterno”. Per completare la beffa, il Paraguay deve importare 30 mila barili di petrolio al giorno –in attesa di scoprire finalmente il petrolio del Chaco– che al prezzo, mettiamo, di 100 dollari al barile fanno 1.1 miliardi l’anno. Contro i 350 milioni incassati da Brasile e Argentina per le eccedenze. Il povero Paraguay finanzia lo sviluppo dei grandi Brasile e Argentina.
- Paraguay. 24 aprile. Chi è il neoeletto presidente del Paraguay. Monsignor Fernando Lugo, 57 anni, ordinato sacerdote nell’ordine del Verbo divino nel ‘77, missionario in Ecuador per 5 anni, laureato in “spiritualità e sociologia” alla Pontificia università gregoriana di Roma, nel ‘94 fu nominato vescovo di San Pedro, la regione più povera del povero Paraguay, e a metà del 2006 annunciò al Vaticano l’intenzione di dimettersi per correre alle presidenziali. Alla fine dell’anno il Vaticano di Ratzinger, che già lo amava poco in quanto reo confesso e praticante della Teologia della liberazione, rispose sospendendolo a divinis. Lui aveva dato vita a un movimento politico, chiamato Tekojoja, che in lingua guaraní più o meno vuol dire «uguaglianza» e faceva proseliti. «Io mi rifaccio all’opzione preferenziale per i poveri che la chiesa ha scelto nelle conferenze episcopali di Puebla e Medellin. Ma la mia opzione per i poveri è pastorale, non è la lotta di classe proposta dalla sinistra politica che porta allo scontro e alla violenza. Molti mi vedono come un uomo di sinistra ma io mi considero di centro, nel senso che voglio essere nel centro del cuore del popolo, e della credibilità che può unire tendenze diverse», diceva nell’intervista di domenica scorsa a il Manifesto. Il collante? La sovranità nazionale che spiega così, praticamente: «Il Paraguay non deve essere solo un paese agricolo, d’allevamento o d’esportazione di risorse naturali, cominciando con l’acqua e il petrolio. Penso a quelle quando parlo di sovranità nazionale». E ancora sull’acqua dell’Acuífero Guaraní che il Paraguay per contratto è costretta a vendere solo a Brasile e Argentina e a prezzo non di mercato ma di costo: «Lula mi ha ricevuto a Brasilia ed è stato molto gentile. Mi è sembrato disponibile a mettere in piedi un tavolo tecnico su Itaipú, non per cambiare il trattato bilaterale ma per rivedere il prezzo di vendita dell’energia. D’altra parte anche Lula si dovrà convincere che il Paraguay non può continuare a essere forse il maggior produttore di energia idrica del mondo e allo stesso tempo quello che la vende al prezzo più stracciato del mondo. E anche se le multinazionali sono ansiose di mettere le mani sull’Acuífero Guaraní, bisognerà che si convincano che quella è una risorsa del Paraguay e parte integrante della sovranità nazionale paraguayana».
- Paraguay. 24 aprile. Entra nel merito di ciò che intende fare, il neo presidente Lugo, nell’intervista a il Manifesto. «Il punto uno è una riforma agraria integrale per i 300mila campesinos senza terra, che non sia solo ripartizione di terra ai contadini e agli indigeni, ma formazione, assistenza tecnica, crediti, cooperativizzazione, per creare un modello produttivo differente. Il secondo è una riattivazione economica con equità sociale. Anche in Paraguay le 500 famiglie dell’oligarchia vivono molto bene a spese di una povertà che colpisce più del 50% dei 6 milioni e mezzo di paraguayani e li costringe all’emigrazione, soprattutto i giovani, con effetti sociali devastanti. Il terzo è il recupero dell’istituzionalità della repubblica, a cominciare dal potere giudiziario, perché in questi 60 anni c’è stata l’assoluta identificazione fra il partito unico e lo Stato. Il quarto è un programma di emergenza nazionale, perché il paese si trova in terapia intensiva e ha bisogno di un cambio strutturale, del modello di convivenza, del modello sociale ed economico, del modello di Stato per poter recuperare la sua sovranità nazionale svenduta dalla “rosca mafiosa”, la cricca criminale che si è impadronita del Paraguay». Parla anche di petrolio: «Si sente spesso dire che andare a cercare il petrolio paraguayano non è economicamente redditizio. Ma io so che 200 km più in là, in Bolivia, di petrolio ce n’è tanto. In Paraguay tre temi sono tabù. Uno è il finanziamento del terrorismo internazionale nella Tripla frontiera con Brasile e Argentina, l’altro è la presenza di forze militari USA a Mariscal Estigarribia, nel Chaco, e il terzo è il petrolio. Vogliamo aprire un’investigazione seria, a livello sia nazionale sia internazionale, su tutti tre i temi». Infine, sul Papa che ha disapprovato la sua decisione di darsi alla politica, dice: «La disapprovazione del Papa mi addolora ma è coerente con il pensiero della teologia dogmatica della chiesa perché non era mai capitato, prima, che un vescovo rinunciasse per darsi alla politica. Io continuo ad andare a messa tutte le domeniche e incontro spesso i miei ex-compagni, con alcuni di loro, anche della gerarchia, mi sento più in sintonia, con altri meno. Io mi sento e sono ancora parte della chiesa».
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