mercoledì, aprile 30, 2008

IL MONDO OFFESO - Riflessioni sul tema della Globalizzazione.

 

“Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso: tutti soffrono, ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso (…)

Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.

 

Sono parole bellissime. Sono parole di un grande scrittore del nostro tempo, forse un po’ dimenticato, Elio Vittorini. Mi sono venute in mente leggendo un libro sul debito dei paesi del Sud del mondo, sui soldi che tanti poveri devono a così pochi ricchi. Lì dentro ci sono soprattutto delle storie… Delle domande e dei tentativi di risposta, ma soprattutto delle storie. Uno legge, gira la pagina e dice: perché non lo sapevo? Il mondo è così offeso, ehi! Perché non me l’avete detto?

 

Io non so se gli autori di questo libro siano come eremiti antichi, come diceva Vittorini. Ma è un fatto che ogni volta che leggete di quanto è offeso il mondo, e vi stupite, e avete quel moto quasi…di stizzita sorpresa, viene naturale pensare: ecco una cosa che mi è stata rubata, che mi è stata nascosta. Ehi! Ma in compenso hai avuto tonnellate di tette, i pettegolezzi sui calciatori miliardari e migliaia di pagine e di spot pubblicitari!

Certo, è molto egoistico lamentarsi per un furto di notizie, mentre qui dentro si racconta di gente che è quotidianamente derubata di tutto.

 

Vi racconto per tutti la storia del piccolo Charlie, 12 anni, che per campare parte dalla sua baraccopoli, cammina due ore, va al mercato di Lusaka, capitale dello Zambia, compra due sacchi da un chilo di farina. Cammina ancora due ore con la farina e torna indietro, mette la farina in sacchetti più piccoli e li vende a quelli che non hanno soldi per comprarne un chilo intero. Con il ricavato mangia e compra altri due chili di farina e così nei secoli dei secoli…

Voi direte: che sfigato il piccolo Charlie! Ma non è finita, il piccolo Charlie ha un debito di 860 dollari con qualche suo coetaneo americano, europeo , giapponese, non so, con qualche dodicenne ricco… Può darsi infatti che il piccolo Charlie con i suoi due chili di farina debba pagare la Playstation nuova a qualcuno, qui….

 

Un malgascio consuma ogni giorno 5 litri d’acqua. Un americano 600. Eppure il nostro amico del Madagascar deve dei soldi agli americani. Ed è tutto perfettamente legale…

Ehi, piccolo Charlie come pagherai i tuoi 860 dollari? Charlie non ha la scuola, non ha assistenza sanitaria, ammesso che la sua economia di sussistenza fatta di scarpinate e farina resti stabile, mangerà finché potrà camminare. Un’infezione? Non c’è la medicina… Due giorni a letto con l’influenza, non c’è da mangiare. E tutto questo per appena 860 dollari! Dev’essere un’offerta speciale!

 

Il meccanismo in poche parole sarebbe questo.

Devi svilupparti. Cerchi qualcuno che ti presti dei soldi… Solo un ricco può farlo. Gli interessi sono alti, non ce la fai a pagarli. Il ricco si presenta e ti dice: ehi, amico, tu mi devi dei soldi, aiutarti è mio interesse, facci tagliare un po’ delle tue foreste…

Ehi, amico povero, il tuo modello di sviluppo non è corretto. Cosa serve oggi? Chimica! Acciaio!… Sai, noi ricchi siamo un po’ delicati, queste cose ci fanno venire il cancro, falle tu, è un affarone… Eccoti altri soldi che si aggiungono al debito e creano più debito…

 

Ma poi quel signore ritorna: ehi, amico…  Le tue industrie chimiche hanno bisogno di energia. Dighe, fai dighe… Il povero indebitato sposta migliaia di persone, allaga valli, sommerge città, porta migliaia dei suoi figli nelle baraccopoli a vendere farina insieme a Charlie e decide di fare le dighe…

Ma lui non sa farle. E’ povero, non ha gli ingegneri, non ha sei miliardi di dollari cash con il project financing e la joint venture… Non c’è problema amico, la diga te la facciamo noi, abbiamo soltanto dovuto aumentare un po’ il debito…

E allora il povero indebitato porta l’energia alle fabbriche, e fa l’acciaio e i ricchi finalmente compreranno qui… Ma tornano quei signori, e dicono: sorry, abbiamo rifatto i conti, l’acciaio ci conviene farlo in Cina….

 

Intanto il debito è aumentato… Ma amico, non c’è problema, aiutarti è nostro interesse, come dice qualcuno, ti aiutiamo a casa tua… Il tuo modello di sviluppo non va, amico povero. Licenzia diecimila persone. Fai pagare la sanità… Fai entrare nel tuo sistema sanitario la nostra Healt Corporation… Aggiustiamo solo un po’ il debito…

E allora intorno al piccolo Charlie e ai suoi sacchetti di farina incominciano a fischiare le pallottole, e Charlie se ne starà buono, e il debito sarà sempre quello, e anzi molto aumentato da quando è iniziata la storia, e voi pensate che sia finita qui, ma vi sbagliate, perché tu, amico povero, ci devi ancora un sacco di soldi, ma noi siamo qui per aiutarti…

Senti, avremmo delle scorie tossiche, nucleari… Tu hai un paese così grande…

 

I debiti sono tuoi, amico., le baraccopoli sono tue, i malati di aids sono tutta roba tua. Ma le foreste sono pubbliche, amico. I mari sono di tutti, il più forte se li prende, il sistema satellitare per pescare un miliardo di merluzzi io ce l’ho! Come? Lo vuoi comprare anche tu? Ma come fai, amico…. Con tutti i debiti che hai!

C’è un rischio in questo libro. L’errore consiste nel pensare che si tratti di un argomento esotico: un’altra di quelle esotiche storie di globalizzazione… Ci sediamo e stiamo ad ascoltare, e scuotiamo il capo e proviamo reale compassione per tutti i piccoli Charlie di questo mondo e pensiamo: poverini!

 

E intanto che siamo lì seduti a pensare poverini, intorno a noi, a noi ricchi, ci tolgono da sotto i piedi piccole cose che erano nostre. Piccoli angoli di cose pubbliche, di cose di tutti, diventano private. Un pezzettino di sanità. Un pezzettino di scuola. Un pezzettino di pensione. E i ricchi, che saremo noi, ma sapete com’è ognuno è ricco a qualcuno altro, i ricchi dicono… gli italiani spendono troppo in pensioni, bisogna dare un stretta alla spesa sanitaria…. Insomma, fatte le debite proporzioni siamo tutti dei piccoli Charlie….

 

“… vedete, negli ultimi tempi, alla cosa pubblica si sono aggruppati tanti industriali di ogni sorta, e hanno talmente snaturato tutto ciò che hanno toccato, volgendolo a proprio  vantaggio, che la cosa pubblica è stata definitivamente e completamente insudiciata! E ora basta…” (Fedor Dostoevskij, 1866)

 

Ricominciamo da capo, da dove eravamo partiti… Il mondo è offeso, ricordate? Ma va bene le offese, va bene le facce… ma qui c’è un meccanismo. Un meccanismo tecnico… che è quello del debito. E tu gli guardi intorno e intorno a quello c’è un altro meccanismo, c’è quello del commercio mondiale, e intorno c’è ancora un altro meccanismo, che è quello del mercato globale…

 

“E i nomadi defluiscono lungo le strade, e la loro indigenza e la loro fame sono visibili nei loro occhi. Non hanno sistema, non ragionano. Dove c’è lavoro per uno accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.

E questo per qualcuno è un bene, perché fa calare le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù. E ora i latifondisti e le società inventano un metodo nuovo. Metton su le fabbriche di frutta in conserva, e quando le pesche e le pere e le susine sono mature fanno calare il prezzo della frutta fresca al di sotto del costo di produzione. Così comprano la frutta fresca a prezzo irrisorio, ma tengono alto quello della frutta in conserva e realizzano enormi profitti. E i contadini, i contadini che non possiedono fabbriche di frutta in conserva, perdono i loro frutteti che vengono assorbiti dai latifondisti e dalle banche e dalle società che possiedono le fabbriche di frutta in conserva. I contadini allora si trasferiscono in città, e in poco tempo vi esauriscono i loro crediti, e perdono gli amici e si alienano i parenti e finalmente si riducono anch’essi sulla strada. E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida a tal punto da essere disposta ad assassinare pur di trovarne…

Le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di confine tra la fame e il furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta”. (John Steinbeck, 1939)

 

Perché vi ho detto tutte queste cose? Per due motivi: perché queste cose sono già state scritte e perché:

Noi scriviamo la storia del mondo offeso. E scriviamo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute, e da compiere.

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categoria:scritti del chile andrea necciai
lunedì, aprile 21, 2008
Il Vaticano dopo 28 anni riabilita mons. Romero, un vescovo scomodo. Il 24 marzo 1980 il vescovo del Salvador fu assassinato dalle squadre della morte sull’altare della catterale di San Salvador. Da allora, tombale il silenzio del Vaticano. Romero fu uno dei tanti preti assassinati, nei 12 anni di guerra civile, dall’esercito salvadoregno (addestrato negli USA di Reagan) e dagli squadroni della morte del maggiore Roberto D’Aubuisson (finanziati dagli USA), l’uomo che ordinò e forse eseguì la condanna a morte del «vescovo dei poveri» (nato da una famiglia dell’oligarchia terriera salvadoregna, e quindi due volte traditore). A pochi giorni dall’anniversario dell’uccisione di Romero, il 24 marzo, con due articoli l’Osservatore romano, per la prima volta in 28 anni, ha fatto l’audace passo. “Oscar Romero, un vescovo fedele al suo popolo”, a firma del vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, che è anche il postulatore della causa di beatificazione e “La vicinanza di Paolo VI e papa Wojtyla” di Carlo Di Cicco, vicedirettore del giornale vaticano. Romero, un mese prima di essere ucciso, disse: «Quando una dittatura attenta gravemente ai diritti umani e al bene comune della nazione, e si chiudono i canali di dialogo, di comprensione, di razionalità... allora la Chiesa parla di legittimo diritto alla violenza insurrezionale» (parole riportate nel libro uscito da poco, di Claudia Fanti, dedicato al Salvador di monsignor Romero). Diceva un altro monsignore accusato di essere «comunista», il brasiliano don Helder Camara: se dò da mangiare a un affamato, mi dicono che sono santo, se gli spiego perché non ha da mangiare, mi dicono che sono comunista. Sull’Osservatore romano anche un terzo articolo firmato da monsignor Luigi Bettazzi, non direttamente dedicato a Romero ma a Marianela Garcia-Villas, «l’avvocata dei poveri» amica di Romero, una cattolica anche lei della «buona borghesia» salvadoregna, presa, torturata, violentata e assassinata dai militari il 13 marzo 1983. Romero, scrive il vescovo emerito di Ivrea, «evangelicamente condannava ogni violenza, anche se riconosceva che non poteva mettere sullo stesso piano la violenza di chi voleva in tal modo approfondire e perpetuare la propria condizione di privilegio economico e politico, nello sfruttamento legalizzato delle grandi masse popolari, e la violenza di chi, esasperato e sfiduciato da una situazione di violenza strutturale che opprime insopportabilmente la stragrande maggioranza della popolazione, non vede altra strada d’uscita che quella di una momentanea, inevitabile violenza rivoluzionaria...».
www.rivistaindipendenza.org
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categoria:el salvador
mercoledì, aprile 16, 2008
AdA
San Salvador sarà la sede del terzo incontro di negoziazione dell'Accordo di Associazione (AdA) tra la Unione Europea e il Centroamerica, (dal 14 al 18 di aprile) e le organizzazioni della società civile hanno organizzato una fitta serie di incontri di approfondimento e di manifestazioni di protesta.
I primi due incontri si sono svolti a San José (Costa Rica) e Bruxelles (Belgio) ed hanno dato sufficienti elementi per poter iniziare a fare un'analisi di questo nuovo trattato, che sta già provocando numerose reazioni a livello regionale.

La sezione nicaraguense della Iniciativa Mesoamericana Comercio, Integración y Desarrollo Sostenible (Iniciativa CID) ha organizzato una conferenza stampa per far conoscere la propria posizione in vista della ripresa delle negoziazioni in Salvador.
Secondo Amado Ordoñez, direttore del Centro Humboldt, sono molti i punti che stanno generando sfiducia e timori nei confronti di questo trattato.
"Il processo di negoziazione tra le due regioni sta entrando nella sua terza tappa e il Centroamerica non ha potuto sciogliere alcuni nodi essenziali che potrebbero garantire la difesa degli interessi dei propri paesi.
La mancanza di risultati significativi durante la Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Doha, ha fatto sì che durante i primi due incontri, l'Unione Europea abbia escluso a priori la discussione sul tema degli enormi sussidi che concede ai propri produttori agricoli e non abbia nemmeno permesso di negoziare con un'idea già chiara sull'accesso dei prodotti centroamericani in Europa. Questi temi rappresentano elementi lesivi della negoziazione stessa".

Tra i principali problemi che il Centroamerica si trascina in questa terza sessione, Ordoñez ha identificato la debolezza ed il ritardo del processo d'integrazione centroamericana, la mancanza di un mandato di negoziazione accordato tra i vari paesi centroamericani (l'Unione Europea l'ha formulato già da più di un anno) e di un accordo sui punti centrali da negoziare e l'intenzione dell'Unione Europea di considerare il TLC tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (CAFTA-DR) come base per le negoziazioni.
"Il processo d'integrazione centroamericana va lentamente e sul tema dei prodotti sensibili è probabile che l'Unione Europea cerchi di arrivare a una negoziazione Regione-Paese, creando problemi di commercio sleale. I governi centroamericani non hanno inoltre trovato un consenso sui temi centrali della negoziazione e questo rende molto debole la posizione della nostra regione", ha sottolineato Ordoñez.

Per le organizzazioni della Iniciativa CID, il tema delle asimmetrie è forse l'elemento più preoccupante in vista dell'incontro di San Salvador.
"Abbiamo più volte evidenziato la grande asimmetria che esiste tra le due regioni e che in nessun modo avremmo dovuto iniziare a negoziare senza un formale riconoscimento da parte degli europei di questa situazione diseguale. Questo riconoscimento passa attraverso l'applicazione di un trattamento speciale e differenziato, mentre la proposta dell'Unione Europea è stata quella della "Parità CAFTA", cioè considerare quanto firmato nel CAFTA come base di partenza per la negoziazione. Questa situazione è gravissima per il Centroamerica - ha continuato il direttore del Centro Humboldt -, perché le ripercussioni saranno gravissime in temi come le proprietà intellettuali, gli sgravi doganali e temi relativi a persone e servizi".

Sul tema degli sgravi doganali per l'entrata dei suoi prodotti in Centroamerica, l'Unione Europea ha chiesto un processo di riduzione molto accelerato. "Il CAFTA prevedeva che la diminuzione dei dazi doganali fino ad arrivare a "dazio zero" si raggiungesse in 20 anni, mentre la UE sta proponendo che avvenga in soli 10 anni. Un altro fattore negativo è il non voler riconoscere nella negoziazione le condizioni di dazi del Sistema Generalizzato di Preferenze (SGP Plus), di cui godono attualmente i paesi centroamericani per esportare i propri prodotti in Europa, ma di partire dalla condizione di Nazione Più Favorita (NMF), che attualmente l'Unione Europea applica ad altri paesi nel mondo", ha spiegato Ordoñez.
Ha inoltre aggiunto che si stanno originando altri problemi rispetto alle misure sanitarie e fitosanitarie e che ciò potrebbe creare molti problemi al momento di voler esportare prodotti freschi in Europa, soprattutto per il Nicaragua.
"Il Nicaragua non ha ancora presentato un Piano Nazionale di Sviluppo che ci dica quale sia la strategia per il futuro del paese. Ci preoccupa che l'Unione Europea stia insistendo molto sul tema della denominazione geografica e delle marche, perché né in Nicaragua, né nella regione esistono Registri di Marca, Registri delle Denominazioni di Origine Protette e delle Indicazioni Geografiche Protette. A cosa serve quindi negoziare cose per le quali non siamo per nulla preparati e al contrario, siamo totalmente indifesi?"

La UE sta inoltre tentando di introdurre nella negoziazione i "temi di Singapore", che hanno a che fare con investimenti, concorrenza, servizi e acquisti governativi e la cui discussione è ancora bloccata all'interno della OMC. "Non possiamo accettarli se prima non vengono risolti all'interno della OMC. Così come l'Europa non vuole toccare il tema dei sussidi fino a che non si raggiunga un consenso all'interno della OMC, così dovremmo fare noi con i temi di Singapore, sapendo inoltre che i settori a cui sono maggiormente interessati gli europei sono il settore finanziario, le telecomunicazioni, i servizi postali, il trasporto marittimo, l'energia e l'acqua", ha continuato Ordoñez.

Particolarmente interessante è stato l'intervento di Sinforiano Cáceres, della FENACOOP, organizzazione che partecipa alla Iniciativa CID e che riunisce centinaia di cooperative agricole. Secondo Caceres, "l'informazione da parte del governo sul processo di negoziazione è scarsa. C'è stata una discreta disponibilità da parte del Ministero dell'Industria e Commercio (MIFIC), mentre non sta avvenendo da parte del Ministero degli Esteri, che ha il compito di regolare la partecipazione attiva delle organizzazioni a questo processo. Chiediamo che il governo apra spazi di concertazione e dialogo con le organizzazioni sociali, affinché possa presentarsi alle negoziazioni con una posizione di nazione e non solo di governo", ha concluso Cáceres.

Su questo tema è anche intervenuto Ordoñez, ricordando che l'Accordo di Associazione (AdA) è formato da tre pilastri: la parte commerciale, il dialogo politico e la cooperazione.
"Se sulla parte commerciale l'informazione che sta circolando è molta, così non possiamo dire degli altri due pilastri. Rispetto al dialogo politico non si sono ancora discussi i temi che lo caratterizzano e che sono di estrema importanza, come la migrazione, gli accordi della OIT, gli standard ambientali e lo sviluppo sostenibile. Sul tema della cooperazione, invece, la UE ha detto che sarà di tipo "politico" e non finanziario, tanto che l'accordo di cooperazione tra le due regioni per il periodo 2007-2013 non verrà vincolato alle negoziazioni in corso".

Per Ordoñez si tratta di un tema molto delicato in quanto la cooperazione e l'assistenza tecnica dovrebbero invece compensare e correggere gli effetti negativi che deriveranno dalla firma del trattato. "Quello che chiediamo è una cooperazione aperta, trasparente e differenziata in base ai vari settori della società".

La posizione finale della Iniciativa CID ha ribadito la necessità dell'apertura di un dialogo politico, la ricerca di consenso sui temi sensibili per raggiungere una posizione negoziatrice da parte del Centroamerica, la richiesta di un trattamento speciale e differenziato e che la cooperazione sia vincolata all'Accordi di Associazione.

Nel caso in cui questo non avvenga e la negoziazione rischi di creare seri problemi ai paesi centroamericani, le organizzazioni sociali chiedono una moratoria affinché i paesi centroamericani si preparino adeguatamente prima di firmare un accordo con il blocco europeo.

© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - gtrucchi@itanica.org - www.itanica.org )
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