giovedì, novembre 18, 2004
Carissime, carissimi,
dal Centro Studi sull'America Latina (CEAL) ci arriva la segnalazione dell'assassinio di J. Gilberto Soto,
un leader sindacale salvadoregno-statunitense, impegnato nel settore dei trasporti marittimi.
Come vedrete nell'allegato e nel testo in calce, c'è il sospetto che si tratti di un omicidio commissionato,
in quanto il sindacalista stava cercando solidarietà e informazioni circa le condizioni lavorative praticate
dalla
Maersk Sealand. Parlano esplicitamente di sfruttamento, pratiche antisindacali e violazione
dei diritti e della dignità umana.
Chiedono dunque di mandare lettere al Presidente della repubblica salvadoregna
(passando attraverso la Coordinadora Sindical de Trabajadores Salvadoreños - CSTS),
in appoggio alla famiglia, ai suoi compagni di lavoro e a tutto il movimento sindacale del paese.
Un caro saluto a tutte/i e a presto,
Roberto Caristi
ASESINATO DE LIDER SINDICAL SALVADOREÑO-ESTADOUNIDENSE.
J. Gilberto Soto, promiente lider de la International Brotherhood of Teamsters, Division Portuaria,
ciudadano de EE.UU. de origen salvadoreño
vivia en el país del norte desde los años 70´s.
J. GIlberto Soto fue asesinado el día viernes 5 de noviembre en la casa de su familia en la ciudad
oriental salvadoreña de Usulutan por dos hombres armados que le asestaron dos disparos de arma corta y
que merodeaban la casa antes que sucediera. Los asesinos huyeron luego en vehículo que los esperaba a unos 100 metros.
Su madre de avanzada edad y su familia se encuentran destrozadas y confundidas.
El compañero Gilberto Soto conocido lider en el sector del transporte tanto fuera como dentro de EEUU,
era un lider sindical respetado, apreciado y de gran importancia para el sector portuario de los EE.UU. tanto la
International Brotherhood of the Teamsters (IBT) y la AFL-CIO han intercedido para llevar su cadaver a los EE.UU.,
este día esta llegando su cuerpo y se realizará un funeral en aquel país, en donde son muchas las organizaciones
que conocieron de la entrega y el valioso trabajo que realizaba el compañero Soto.
Las primeras investigaciones apuntan que se trató de un asesinato hecho "por encargo" por sicarios.
Las sospechas que este estaría relacionado con su actividad sindical se van tornando más fuertes.
Gilberto Soto estaba en CA para visitar a su familia y para solicitar solidaridad e información sobre las prácticas
laborales inapropiadas de Maersk Sealand en la región, una importante naviera Danesa que opera en todo el mundo,
misma empresa con que los Teamsters han tenido un fuerte conflicto laboral en los últimos meses alegando
condiciones de explotación, prácticas antisindicales y violatorias no solo de los derechos laborales,
sino también de la dignidad humana
.
En el sector del transporte de carga en El Salvador, desde hace varios años son comunes las pruebas poligráficas
previo a obtener trabajo como conductor de containers de Maersk Sealand. En estas pruebas les hacen
preguntas explicitas si son sindicalistas, homosexuales, delincuentes, etc.
También los transportistas van siempre
acompañados de un guardia que tiene instrucciones de encañonarles con su escopeta para que no se detengan en caso
de ver posiblidades de un asalto en la carretera. Las condiciones son muy duras, los salarios miserables y
los viajes largos, de hasta 4 a 10 días esperando en los puertos o fronteras y recibiendo unos 170 dolares por viaje
(así dure 3 o 10 dias el viaje) durmiendo en los camiones o a la interperie
.
Este cobarde asesinato demanda una respuesta fuerte a nivel nacional e internacional dado que se tratá de un retroceso
a los acuerdos de paz firmados en 1992
y una acción cobarde que debe ser castigada. Esta es una muestra más del ambito
de violencia que ha sido engendrado por una decada y media de crisis económica y descomposición social fomentada
desde los gobiernos areneros que ahora toca a alguien que ha encontrado la muerte, al parecer producto de su actividad legitima,
legal, honrosa y valerosa en el movimiento sindical. Si las sospechas de una relación directa se confirman, estaríamos frente a
una situación de aún mayor gravedad por lo que es urgente demandar y exigir el esclarecimiento del caso, la protección a
su familia, y el respeto irrestricto de la vida y la integridad de los activistas sindicales de cualquier nacionalidad y orígen
.
El CEAL urge a toda la comunidad nacional e internacional mandar cartas demandando apoyo a la familia,
sus compañeros y compañeras de lucha, y al movimiento sindical salvadoreño
.
Sugerimos mandar las cartas dirigidas
al presidente de la República Elias Antonio Saca, pero por vía de la Coordinadora Sindical de Trabajadores Salvadoreños,
CSTS
, al email csts-es@salnet.net o contactarse vía fax al (503) 225 2315 o al telefono (503) 225 5936.

Centro de Estudios y Apoyo Laboral
CEAL, Condominio Montemaría, 1a C.Pte. Nº 2904
apto. 2-2D, San Salvador, El Salvador, C.A.
telefax (503) 2605306
ceal-es@navegante.com.sv










































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venerdì, novembre 05, 2004

Guatemala, un genocidio dimenticato.


La mattina del 27 aprile 1998, nel cortile della casa parrocchiale di San Sebastian (Città del Guatemala),
veniva rinvenuto il cadavere di monsignor Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare della capitale e titolare della diocesi di Quiché.
Appena due giorni prima, l’alto prelato aveva presentato ufficialmente alla stampa e al mondo intero il testo del rapporto
“Guatemala nunca mas”, nel quale era riuscito a documentare oltre 50.000 casi di gravi violazioni dei diritti umani
(compresi centinaia di omicidi, torture, sparizioni e stupri) avvenuti durante la guerra civile, terminata nel 1996
con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’URNG.
Dopo un’estenuante ricerca costata tre anni di lavoro la “Commissione per il Recupero della Memoria Storica”,
presieduta dallo stesso Gerardi, aveva attribuito alle forze armate guatemalteche circa l’80% dei delitti commessi in quel paese,
riesumando dall’oblio della memoria i fantasmi di un passato un po’ frettolosamente rimosso.
Con dovizia di testimoni, date, nomi e cognomi dei responsabili “
delle atrocità costate la vita a più di 200 mila persone
e la fuga o l’esilio a oltre un milione di guatemaltechi”, il rapporto diocesano di 1400 pagine ebbe il merito di far luce
su una delle tragedie più sanguinose della storia dell’umanità.
Nel Guatemala degli anni ‘80-‘90 la tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti,
giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antinsurrezionale dell'esercito “porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile
(PAC), reclutate tra i contadini (in buona parte forzosamente) con compiti paramilitari e di repressione.
Vengono anche fondati i “Poli di Sviluppo” e le “Aldeas Modelo”, nei quali una notevole parte della popolazione contadina
viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dalle unità governative.” *
Per contro, la reazione armata della guerriglia marxista a questi abusi cresce d’intensità ma produce come unica conseguenza
“un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani, nonostante la presenza nel paese di una commissione
di controllo delle Nazioni Unite (Minugua).” *

Analogamente al caso di Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei diritti del popolo oppresso - ucciso nel 1980
da un cecchino mentre officiava una messa -, la pista delle indagini per risalire agli attentatori di Gerardi porta dritto
agli ambienti dell’EMP, il servizio d’informazione dell’esercito guatemalteco.

Per intuire il movente del delitto Gerardi non occorre essere degli Sherlock Holmes. Fin dagli anni più bui della guerra,
il vescovo di Quiché si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo
un personaggio assai scomodo agli ambienti governativi e padronali guatemaltechi per la sua determinazione nel denunciare la repressione.

Nessuno prima di lui aveva osato sfidare il potere militare, rischiando la vita in più di un’occasione e subendo per due anni
la punizione dell’esilio coatto in Costa Rica. Nel 1984 aveva fatto ritorno nel suo paese, e di lì a poco accettò l’incarico affidatogli
dalla Conferenza Episcopale come coordinatore dell’Ufficio per i Diritti Umani e rappresentante della Chiesa nella lunga trafila
dei negoziati di pace tra governo e guerriglia.

Poi il tragico epilogo, la notte del 26 aprile 1998, quando uno sconosciuto armato di un mattone ha posto fine all’esistenza
del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità tutta, contenuta in quel copioso dossier il cui titolo
esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas” - mai più guerre, massacri e sofferenze
per il popolo guatemalteco.

“Guatemala nunca mas”

Il rapporto diocesano si compone di quattro distinte sezioni. Nella prima parte vengono analizzate le testimonianze
delle varie forme di violenza perpetrata - in larga misura dall'Esercito - nei confronti delle persone, della famiglia,
delle comunità e le forme di resistenza: il terrore come metodo, la violenza contro l'infanzia (la distruzione del seme),
la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l'esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione
e la cultura maya, la violenza sessuale sulle donne individuale e di massa.
Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi dell'orrore e la relativa pratica: la struttura di intelligence, le strategie
di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l'educazione alla violenza, i massacri,
le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine. La terza parte analizza invece il contesto storico-politico
con riferimenti appropriati alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali, nonché alla strategia della guerriglia.
Infine la quarta e ultima sezione che, con l’ausilio di tabelle e sintesi, riassume i dati statistici relativi alle vittime del conflitto.

Quale giustizia?
Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) - esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco,
la forza politica ispiratrice ed artefice della repressione - il processo di giustizia e verità storica è giunto
ad un punto di stallo. Le inchieste giudiziarie a carico dei pochi responsabili finora incriminati procedono
in modo lento e farraginoso, ostacolate da vari tentativi di insabbiamento e depistaggio da parte di chi,
negli ambienti politico-militari, ha tutto l’interesse ad archiviare rapidamente la pratica.
Nello svolgimento dell’istruttoria i giudici designati sono pertanto costretti a muoversi in un campo minato,
quando non sono oggetto di minacce o intimidazioni. E’ questo il caso dei procuratori Galindo e Zeissig, titolari dal 1999
dell’inchiesta sull’omicidio Gerardi. I due, pur riuscendo ad ottenere la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada
e di altri due ufficiali dell’esercito (sentenza che deve essere ancora confermata - o meno - in secondo grado),
sono stati indotti uno dopo l’altro ad abbandonare il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e all’indirizzo dei loro familiari.
Una sorte ben peggiore è invece toccata al sacerdote José Maria Furlan, considerato l’erede morale di Gerardi
per il suo impegno nella difesa dei diritti civili, assassinato a colpi d’arma da fuoco nella zona 5 di Città del Guatemala.
Negli ultimi mesi della presidenza Portillo, il reverendo “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato
il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.” *



(Andrea “Chile” Necciai)

Note:

* “La lunga ombra dell’impunità”, di Stefano Guerra.



























































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giovedì, novembre 04, 2004
Letteratura ed esilio
la vita raminga di molti scrittori ed i riflessi nelle loro opere.

Molte opere di autori latino-americani sono state scritte in esilio, qualche volta volontario (pensiamo a Daniel Chavarrìa, uruguayano felicemente approdato a Cuba), in molti altri casi dovuto alla necessità di sfuggire alla violenza e alla brutalità delle dittature che per lunghi periodi hanno insanguinato diversi paesi del continente sudamericano. Alcuni dei romanzi più famosi del secolo scorso sono stati scritti in esilio; Marquez scrisse “Cent’anni di solitudine” a Città del Messico e “L’autunno del patriarca” a Barcellona, altri scrissero in Asia, a Parigi, a Cuba, a Londra e negli Stati Uniti. All’epoca della guerra civile spagnola, punto di riferimento in Europa per molti intellettuali latino-americani era la Spagna. Questo processo si invertì in seguito con la dittatura di Franco, quando molti intellettuali anti-franchisti furono costretti a riparare in sudamerica, spesso nell’accogliente e tollerante Messico. Negli anni sessanta, la meta preferita dai nuovi scrittori fu invece la Francia. Arrivarono nella capitale francese Julio Cortazar, Carlos Fuentes, Vargas Llosa fra gli altri.

Fra i brasiliani Jorge Amado conobbe la lontananza dalla patria diverse volte, prima in Argentina e Uruguay, poi in Francia, dal 1948 al 1950, infine passò tre anni in Unione Sovietica, prima di tornare in Brasile. Neruda prima viaggiò per il mondo come Console del suo paese, il Cile, poi fu costretto ad una rocambolesca fuga attraverso le Ande, e dall’Argentina, giunge infine all’Europa. E potremmo andare avanti per un pezzo, fino ad arrivare agli ultimi esiliati, quelli costretti alla fuga dalle dittature degli anni settanta: Sepùlveda, Allende, Rolo Diez e compagni. Ma quale effetto ha l’esilio sulla letteratura ? Chiaramente non ci può essere una risposta unica per tutti; qualche scrittore, come Amado, è intimanente legato alla vita del suo popolo della sua gente, e quando è costretto ad allontanarsi, la sua vena tende a inaridirsi: non a caso i libri meno riusciti e più forzatamente ideologici della sua produzione furono scritti durante il soggiorno in Unione Sovietica (la trilogia “I sotterranei della libertà”).

Altri, come Luis Sepulveda, dopo un lungo peregrinare, che li ha resi cittadini del mondo, sono andati a stabilirsi nella terra dei propri avi, la Spagna, pur potendo ritornare in Cile. Come dice lo scrittore: “Ho provato a tornare in Cile, ma non posso rimanere isolato nel mio paese: troppe cose della nuova democrazia non mi trovano d'accordo. Credo che la società cilena, perché si torni a una sana democrazia, abbia bisogno di una riconciliazione che superi il trauma del golpe militare del 1973 e della dittatura. Ma questo non si fa dimenticando, promuovendo l'amnistia di stato.”. L’opera letteraria di Sepùlveda, specie nei suoi momenti migliori, è intimamente legata al suo girovagare: senza la convivenza con gli indios Shuar dell’Amazzonia, non avremmo mai letto “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” e se Luis non avesse girato per i mari con l’equipaggio di Greenpeace, difficilmente avrebbe partorito “Il mondo alla fine del mondo”. Avere un “passaporto per andare da nessuna parte”, però, può anche essere fonte di frustrazioni. L’esiliato, staccandosi dalla sua terra, riesce, da un lato mettere una distanza che gli consente di vedere la propria gente e la propria cultura con maggiore chiarezza, con i suoi difetti e le sue peculiarità; dall’altro, facilmente reinventa nei suoi romanzi un paesaggio inventato della sua infanzia, reinterpretato e metaforizzato per adeguerlo a un contesto più ampio, dovuto alle nuove esperienze vissute. Nel confrontare le sue reminescenze con la realtà, può provare una sorta di smarrimento, finché non ritrova dei nuovi punti cardinali. Emblematico di questo viaggio anche interiore è il libro di Osvaldo Soriano “Un’ombra ben presto sarai”, in cui un ingegnere informatico torna dall’Italia e non riconosce più il suo paese - anche perché la generazione dei giovani brillanti è fuggita o è stata sterminata e rimangono solo quelli che tirano avanti, come automi –
inizia così a girovagare per la pampa, senza meta, cercando di trovare dei punti di riferimento in quegli orizzonti troppo vasti e sempre uguali.

Pur con tutta la sua carica traumatica e il dolore collegato, la condizione raminga di molti intellettuali sudamericani ha contribuito a tenere in vita una letteratura vitale, fantasiosa, mai scontata e conformista. Sono stare create opere il cui successo è dovuto ai propri meriti intrinseci e alla profonda carica di umanità, più che all’approvazione delle Accademie o agli inciuci letterari. Pensiamo alla nostra letteratura, così spesso noiosa e polverosa e ferma agli anni sessanta dal punto di vista dell’inventiva narrativa e ci verrà il sospetto che non tutto il male viene per nuocere.





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