mercoledì, aprile 14, 2004

La destra trionfa in Salvador

 

 

Elias Antonio Saca, ex cronista sportivo e imprenditore radiotelevisivo, è stato eletto il mese scorso Presidente della Repubblica del Salvador. La tornata elettorale, svoltasi in un clima di generale tranquillità (salvo alcuni atti di intemperanza tra le opposte fazioni politiche), ha visto imporsi largamente il partito di estrema destra ARENA - fondato negli anni 80 dal fanatico Roberto D’Aubuisson, mandante dell’assassinio dell’Arcivescovo Romero oltre che responsabile di massacri e torture negli anni della guerra civile (75.000 vittime e 8.000 desaparecidos) - con il 59% dei suffragi.

Sull’altra sponda, il Frente Martì para la Liberacion Nacional (il partito nato dalle ceneri della guerriglia insurrezionale) con il suo candidato Schafik Handal si è dovuto accontentare del 35%, pur raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni amministrative e per il rinnovo del Parlamento del marzo 2003. In quell’occasione, il FMLN riuscì a conquistare una quota significativa di seggi nell’Assemblea Legislativa (31 su 84) e a prevalere in numerosi municipi del Paese. 

La sorprendente affermazione di ARENA è il frutto di una campagna elettorale incentrata sulla demonizzazione dell’avversario (a questo proposito, è stato determinante il ruolo svolto dai media radiotelevisivi schierati all’unisono a favore di Saca), e finalizzata a suscitare terrore tra i salvadoregni per i pericoli derivanti da un’eventuale vittoria del Frente.

Gli spauracchi sventolati dalla destra, come la minaccia del comunismo o la rottura delle relazioni con gli Stati Uniti, hanno fatto buona presa su quella fetta di elettori ancora indecisi sulle intenzioni di voto. Ma più di tutto, in questo mare di propaganda ingannevole, ha pesato l’argomento del blocco delle remesas - le rimesse in denaro dei salvadoregni emigrati per lavoro negli States, indirizzate ai parenti rimasti in patria, che rappresentano oggi una fondamentale fonte di reddito per migliaia di famiglie. “Non ci saranno più remesas con la sinistra al governo”, hanno intonato in coro gli areneros nel corso della loro campagna elettorale, ribattezzata da molti come “sucia”.

Secondo i rapporti redatti dagli osservatori stranieri, il monitoraggio elettorale ha fatto rilevare un gran numero di casi di irregolarità durante lo svolgimento del voto. Svariate denunce presentate al Tribunale Supremo Elettorale raccontano di persone pagate con piccole somme (da 20 a 50 dollari) affinché si convincessero a votare per ARENA; molti altri elettori, in larga parte dipendenti di imprese private, non hanno potuto esercitare il diritto al voto a causa del ritiro del loro documento d’identità (DUI) da parte dei datori di lavoro.

Inoltre, è stato accertato che migliaia di cittadini (non residenti) sono stati fatti affluire in massa dai paesi confinanti (Honduras, Nicaragua e Guatemala), dietro pagamento e con DUI falsi, con l’istruzione di recarsi ai seggi loro indicati e votare per ARENA. Questo fatto spiega anche l’incredibile record di affluenza al voto raggiunto in questa consultazione: ben il 73% degli aventi diritto - secondo i dati ufficiali - su una popolazione di 6 milioni di abitanti, fenomeno ben raro per un popolo che ha sempre palesato segni di disamore nei confronti della sua classe politica dirigente.

Altri “fattori esterni” hanno contribuito ad alterare la regolarità del processo elettorale. Il ruolo giocato nell’ombra dagli Usa per impedire la vittoria del FMLN non si è limitato al solo sostegno economico (si parla di milioni di dollari di finanziamenti ricevuti dal governo di ARENA come contributo alla campagna elettorale).

Alla vigilia del voto in Salvador, il Sottosegretario di Stato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, Roger Noriega, aveva più volte dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso “un’eventuale presa di potere da parte di un’ex formazione guerrigliera”. In tal caso - tra l’altro - la Casa Bianca avrebbe visto seriamente compromessa la realizzazione del TLC (Trattato di Libero Commercio) - l’accordo multilaterale tra gli Usa e gli Stati del Centroamerica che attende la ratifica dell’Assemblea Legislativa salvadoregna entro la fine del 2004 -, nei confronti del quale i vertici del FMLN si sono sempre dimostrati ostili.

In ballo c’è anche il futuro del Piano Puebla Panama, che dovrebbe dotare tutti i Paesi del Centroamerica (ivi incluso El Salvador) delle infrastrutture necessarie per mettere in atto gli accordi sul libero commercio.

Il PPP, nato principalmente dall’esigenza di soddisfare la richiesta di fonti energetiche dell’ingordo mercato Usa, prevede la costruzione di 25 dighe (per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica), il rafforzamento della rete viaria Messico-Panama e la realizzazione di “corridoi naturali” per facilitare la ricerca biologica delle compagnie chimico-farmaceutiche. E’ inutile rammentare che l’attuazione di questo megaprogetto avrebbe, per tutte le nazioni coinvolte, conseguenze socio-ambientali davvero devastanti.  

Dal punto di vista militare, l’importanza strategica che la piccola repubblica del Salvador riveste nello scacchiere mesoamericano - la base statunitense di Ilopango (non molto distante dalla capitale) è uno dei maggiori capisaldi della regione - conferma gli sforzi compiuti dalla Casa Bianca per mantenere in loco un’amministrazione “subalterna” ai suoi interessi. Non è un caso, infatti, che dal 1994 (anno delle prime elezioni del dopoguerra) ad oggi, non vi sia mai stata alternanza al governo.

Ora, per ARENA comincia il terzo mandato presidenziale consecutivo. Durerà fino al 2009.

Nel frattempo, società civile e opposizione frentista fanno quadrato in vista della ripresa delle lotte contro il processo, lento ma progressivo, delle privatizzazioni (nel mirino delle “corporations” straniere ci sono già sanità e fonti idriche). Per il ”Pulgarcito dell’America Latina” si prospetta un altro quinquennio di sacrifici.  

(Chile)

 

postato da: poesia alle ore 22:05 | Permalink |
categoria:scritti del chile andrea necciai
giovedì, aprile 08, 2004

L’offensiva neoliberista in America Latina

 

 

Fino alla metà degli anni novanta, il panorama politico latinoamericano evidenziava ancora un netto predominio delle forze liberiste. Dopo la sconfitta finale del “socialismo reale” e di tutte le esperienze politico-istituzionali legate a quella sfera, la dottrina economica dei “Chicago Boys” (gli economisti dell’Università di Chicago, artefici del dogma del “Libero Mercato”) andava affermandosi in tutto il mondo senza trovare ostacoli. A partire dagli anni ‘80, l’inoculazione in massicce dosi di quel programma neoconservatore vide come paesi capofila gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna della Tatcher e, a seguire, tutti gli altri Stati - europei e non -  “dipendenti” dal modello economico occidentale.

Nell’America Latina, due dittature militari su tutte hanno rappresentato l’avanguardia del neoliberismo con forti legami con la “scuola di pensiero” nordamericana: quella argentina (1976-1983) e quella cilena (1973-1990). Quindi, lentamente ma implacabilmente, il “nuovo” ordine liberista andava sostituendosi alle vecchie politiche keynesiane degli anni ‘50-‘60 (caratterizzate dall’egemonia dello Stato nella gestione dell’economia nazionale), favorito dalle pressioni esercitate sui governi da organismi multilaterali come il Fmi, la Banca Mondiale, gli accordi del Gatt e il Wto.

Gli effetti socioeconomici più nefasti determinati dall’applicazione di tali politiche furono - e, disgraziatamente, continuano ad essere - principalmente quattro:

- Aumento rilevante della disoccupazione, a causa della “deregulation” e dei processi di ristrutturazione aziendale nel campo dell’impresa pubblica e privata;

- Flessibilizzazione e precarizzazione del mondo del lavoro, con conseguente perdita di garanzie e diritti sindacali per i lavoratori;

- Destrutturazione ed impoverimento del Welfare, per effetto dei tagli alla spesa pubblica nel settore dei servizi (trasporti, scuola, energia), della previdenza e dell’assistenza sociale;

- Privatizzazioni selvagge e scriteriate estese a settori “strategici” delle economie nazionali (come industria pesante ed aziende energetiche) o alla sanità. 

Evidentemente, questa riconfigurazione del mondo non è avvenuta senza resistenze ed opposizioni da parte delle popolazioni coinvolte. Una nuova fase del protagonismo popolare cominciò con l’insurrezione zapatista del 1994, la quale si caratterizzò - almeno nella sua fase iniziale - più come fenomeno locale che come avanguardia del risveglio dei movimenti sociali d’opposizione al liberismo. Nella sfera istituzionale seguì poi l’elezione di Chavez in Venezuela; “il suo impegno contro le strutture politiche tradizionali, costruite in mezzo secolo di accordi tra le classi dominanti e la corruzione statale” servì a confermare che qualcosa di nuovo stava finalmente accadendo.

“Nel gennaio del 1999 il Plan Real entrò in crisi in Brasile e portò con sé i suoi vicini del Cono Sur  - tutti già contaminati dall’instabilità finanziaria internazionale precedente. Con diverse caratteristiche, forti manifestazioni di rivolta popolare si svolsero in paesi come l’Ecuador (2000), l’Argentina (2001) e la Bolivia (2003) provocando la caduta dei governi che insistevano nell’applicare le dure ricette neoliberiste del “consenso di Washington” e del Fmi”.*

Parallelamente a questi eventi, altre mobilitazioni indigene, sindacali e/o popolari ebbero luogo in diversi paesi con l’intento di porre un freno alla privatizzazione dei servizi (come la sanità in Salvador) o delle imprese (come l’elettricità in Perù o in Paraguay); “per impedire lo sfruttamento da parte delle multinazionali dei beni pubblici (come l’acqua o il gas in Bolivia), per rivendicare i diritti dei popoli indigeni (in Messico, Ecuador e Bolivia), per protestare contro la fascistizzazione della sfera pubblica (in Colombia), per rivendicare terre per i contadini (in Paraguay e Brasile), per impedire l’applicazione dei trattati di libero commercio o per contrastare il colpo di stato contro un governo che disturba l’imperialismo nordamericano e le classi dominanti locali (in Venezuela)”.*

Nel segno della continuità con i movimenti popolari, a partire dal 2000, diverse consultazioni elettorali assegnarono la vittoria alle sinistre. Il caso più significativo di questa “svolta” è senza dubbio quello del Brasile che vide il trionfo di Lula da Silva, leader carismatico del Pt (Partito dei lavoratori), con il sostegno di una larga coalizione di centro-sinistra comprendente - tra gli altri - anche il movimento dei contadini “Sem Terra”. Fu poi la volta dell’Ecuador di Lucio Gutierrez, appoggiato dagli attivisti indios della Conaie, e dell’affermazione in Bolivia di Evo Morales (candidato del Mas) che, pur perdendo nei confronti del rivale della destra, fece comunque registrare un risultato storico.

Oggi il quadro delle lotte contro il sistema neoliberista appare, nel suo complesso, come un puzzle composto da tante tessere disposte “alla rinfusa”, ognuna di colore diverso e con una propria specificità. Preoccupa l’assenza di una strategia comune - o meglio - di un “cemento ideologico” (rappresentato in passato dai nazionalismi e, in varie forme, dal pensiero marxista) in grado di provvedere all’omogeneizzazione di tali - e tanti - fenomeni alternativi in tutta l’area subcontinentale americana.

E’ pur vero che l’avanzata delle forze progressiste - che in Sudamerica si oppongono, in diversa misura, al disegno statunitense di espansione dell’ALCA (Accordo di Libero Commercio delle Americhe) - ha indotto governi “moderati” come Argentina e Paraguay a schierarsi su posizioni progressiste; ma le prove più impegnative devono essere ancora affrontate.

Aspettando il responso elettorale delle presidenziali in Uruguay (dove possono svilupparsi nuove ed interessanti esperienze), l’unica alternativa praticabile - per ora - si può riassumere in un’unica parola: resistenza.

(Chile)

 

 

 

 

 


Note:

 

* “America Latina: un laboratorio antiliberista” di Gustavo Codas, dirigente della Cut brasiliana e membro della Segreteria Organizzativa del FSM di Porto Alegre.

 

postato da: poesia alle ore 09:23 | Permalink |
categoria:scritti del chile andrea necciai